Mario San Pietro

Mario San Pietro, l’autobiografia, recensione del libro.

L’autobiografia alla quale mi accingo ha questo scopo: diventare più cosciente, capire se nella mia storia ci sia qualcosa da salvare, rendermi conto di ciò che mi ha indotto a prendere certe posizioni e ad assumere certi atteggiamenti.

 

Queste le motivazioni che hanno portato Mario San Pietro a scrivere il libro che, ormai da parecchi giorni, mi segue in tutti gli spostamenti. La piccola foto in quarta di copertina è lì, davanti a me: sguardo assorto, sigaretta…

In precedenza egli aveva già scritto molto di sé, scritti raccolti in una cartellina verde poi perduta (un’autobiografia involontaria): ha quindi ripreso le fila della sua vita raccontandola nuovamente.

Il testo, completato nel settembre 2010, due mesi prima della morte, è stato poi ripreso e sistematizzato da Clara, che ha saputo restituirne l’immagine e lo spirito con fedeltà assoluta, rimanendo completamente in disparte, tanto che solo durante la lettura del libro si apprende che ella è la sua compagna.

Mario San Pietro è una figura poliedrica, un artista eclettico che è difficile inserire in categorie predeterminate. Sanguigno, passionale e appassionato, utilizza una scrittura a cui bastano pochi tratti di penna, frasi come pennellate di colore, come il dipinto in copertina “Piazza Maria Teresa”, in cui, con poche, rapide, pennellate, tratteggia la piazza. Scrittura secca, senza sbavature né fronzoli, diretta e rude come una schioppettata (a ripensarci, era un emerito coglione). Una scrittura che riflette alla perfezione la sua anima profonda e le sue passioni: non solo architetto, ma anche pittore, fotografo, scrittore, cacciatore, artista, navigatore, cuoco e altro ancora.

Figlio di Enrica, una nobile piemontese, Mario San Pietro nasce nel 1938 a Roma, dove il padre Eugenio, che è ingegnere edile, si trova per lavoro. Ha solo un anno quando il padre è richiamato alle armi ed è poi fatto prigioniero e spedito in campo di concentramento in India, dove rimarrà nove anni. Mario va quindi a vivere a Torino con la madre. All’età di otto anni il padre torna dalla prigionia, si trasferiscono nuovamente a Roma, mentre il padre lavora in un cantiere in Abruzzo. In seguito alla morte del padre nel 1958 torna a Torino.

L’atteggiamento oppressivo e opprimente della madre, lo portano a vivere lunghi periodi di solitudine in quella Val di Susa che è per lui luogo mitico. Va a caccia, da sempre ha la passione delle armi fin da quando, bambino, ha rubato e nascosto le “Luger” che i tedeschi accampati in casa, avevano. Ancora, fin da bambino ha in sé quel coraggio che lo porta a fare azioni incomprensibili per la mentalità adulta, ma perfettamente coerenti con le sue idee di giustizia ed uguaglianza. Come quando ruba alla suora della scuola, i soldi delle rette per restituirli alla madre. (Mi sentii pervaso da una grande forza che mi veniva dall’esterno (come mi sarebbe accaduto molte altre volte nella vita, in condizioni di estremo pericolo). Mi alzai e raccontai molto tranquillamente che, in assenza della maestra, avevo trafugato il denaro dal cassetto della cattedra perché quei soldi erano di mia madre e delle altre madri).

Nello snodarsi della narrazione egli immerge il lettore in un’atmosfera coinvolgente, ricca di persone, fatti, episodi, mario-san-pietro-retrocolpi di scena, la vita privata strettamente intrecciata a quella pubblica e lavorativa. Percorre tutte le fasi della vita, in un andirivieni scompostamente ordinato (ordinatamente scomposto?) si muove tra passato, presente e futuro; tra racconto, cronaca, riflessione, testimonianza e autoanalisi. Dagli episodi di vita personale e pubblica, quello che emerge è il ritratto di un uomo libero, ingenuo a tratti, generoso e disinteressato all’aspetto economico (Il mio conto è in rosso, l’architetto mio socio deve essersi intascato una parcella senza dirmi niente), amante della vita (Sarebbe un delitto atroce ricacciare nel buio la mia bella, meravigliosa anima che urla e si arrampica con tutte le sue forze per uscire fuori. Bisogna mirare alle vette estreme con coraggio, senza aver paura di cadere appena fuori di casa).

Vive il 68 e le tensioni sociali, si laurea in architettura, insegna e pratica la libera professione fino al lavoro in regione nel 1971.

Fra professori geniali e incompetenti, fra dipendenti incapaci e veri geni, l’autore accende una luce sui meccanismi della burocrazia abitativa regionale, fra il desiderio di costruire un territorio a misura d’uomo e le esigenze politiche, di carriera o di mazzette, di chi non aveva nessun interesse al bene comune in un periodo che inizia prima di Tangentopoli. Egli ci presenta lucidamente la goliardia, gli scherzi, le auto di lusso, insieme con il rapido degrado delle istituzioni e del sindacato. Dappertutto si scontra con gli interessi di chi non vuole inimicarsi i potenti (Mi resi conto ben presto che anche nel sindacato se si voleva fare carriera non bisognava esporsi troppo e occorreva navigare con astuzia nel mare degli interessi).

Uomo dagli alti ideali, non accetta stecche né compromessi e questo gli crea molti nemici fino allo spostamento alla Protezione Civile (promoveatur ut amoveatur) prima, e al “consiglio” del prepensionamento poi.

Nel proseguire il racconto egli narra degli amori, del matrimonio, delle figlie e del rapporto, spesso difficile, con loro (questo urlo c’era già nella mia infanzia, ma lì soprattutto c’era il silenzio. Poi c’è stato l’urlare in famiglia che Enrica ricorda, e forse se lo porta ancora appresso. Venendo a te, Elena, ci sono stati momenti in cui ho avuto la certezza di esserti stato utile, e momenti di incomunicabilità). E ancora l’accettazione della realtà, del tempo che passa, della malattia, la nuova vita con Clara, la barca e la casa di Antibes (No! Forse non mento, questa felicità infinita in un attimo mi restituisce quanto avevo sognato ma che non credevo fosse possibile). E poi le passioni, i piaceri (Forse mi piace più scrivere che dipingere. Fotografare è un altro dei miei piaceri, rapido ed immediato), le piccole cose di tutti i giorni che acquisiscono nuovo senso e, anche, la morte (I giorni passano senza che me ne accorga. Non penso alla morte. Non ho paura. Quando verrà non te ne accorgerai, perché tu non ci sarai più. Forse è nulla, ma potrebbe essere un’esperienza straordinariamente bella, grande, infinita).

 Ci vorrebbe un’altra vita, questo è il titolo dell’autobiografia di Mario San Pietro, un’altra vita per realizzare tutti i sogni, desideri, progetti: basterà? E magari c’è, là, dopo la fine del libro, dopo aver riposto la sua autobiografia involontaria, così impastata di vita, densa e ricca di eventi, luoghi, persone, passioni, episodi, da far sentire l’inadeguatezza di una recensione che mai riuscirà a rendere la grandezza e la complessità di quest’uomo.

Ci vorrebbe un’altra vita, autobiografia involontaria di Mario San Pietro – a cura di Clara Passavanti – Ed. Trauben 2013 – pagg. 208 – € 16

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