a tavola

La bambina che mangia

Sono passati cinquant’anni dalla mia nascita in quel giardino chiuso della sincerità e del mistero.
È tanto tempo che, per me, vivere altrove è un’avventura, un’avventura che si fa insensata ogni qual volta perdo la certezza di poterci tornare, laggiù. Vertigine. Le mie radici oscillano nel vuoto, gli manca la terra, non potranno restare ancora a lungo rami o ramoscelli. Bisogno di zolle, bisogno di quel suolo, di quel terreno compatto, perché ai miei desideri tornino a spuntar le ali. Quel giardino che poc’anzi ho descritto, fuori, dietro le persiane chiuse. Dentro, la calda penombra del meriggio.
 La bambina a tavola. Intorno a lei, le donne che l’ammaestrano. Giù i gomiti dalla tavola, non ci si appoggia alla spalliera della seggiola, niente coltello, niente forchetta in aria, non si parla, non si discute. Mangia che ti fa bene. Zitta, fa digerire. Stringi le gambe, non le accavallare. Ringrazia Dio di avere il piatto pieno. È buona la polenta, è buona la chorba, questa poi, è buonissima, non è per niente grassa. Dì “Grazie, Fatima”. Non si gioca con le posate. Tieni gli occhi chini.
Digerisce bene, adesso, la bambina? Sì signora.
Finisci. E pensare che c’è chi non ha niente da mangiare.
Sedute, le donne col ventaglio che assistono al pasto della bambina. In piedi, le serventi che servono la bambina. Tutte, padrone e serve, che le insegnano a diventar donna. Un giorno avrai un marito e lo dovrai servire. Un giorno avrai una casa e la dovrai accudire. Un giorno avrai dei figli e li dovrai educare. Un giorno avrai delle persone di servizio e le dovrai comandare.
Un giorno… un giorno…

Marie Cardinal: “Nel paese delle mie radici”

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