Eritrei incarcerati in Libia, Eritrei in Libia

Aggiornamenti Eritrei incarcerati in Libia

1) SugliEritrei incarcerati in Libia, il Consiglio d’Europa chiede conto all’Italia

di U. De Giovannangeli  – www.unita.it

Non è più il silenzio dell’imbarazzo. È molto di più. E di più grave: è il silenzio dei complici. Il silenzio del governo italiano nei confronti dei disperati appelli che giungono dal carcere di Brak, nel sud della Libia, dove sono segregati oltre 200 eritrei. Picchiati, torturati, senza cibo, acqua, assistenza medica. «Abbiamo bisogno di ottenere lo status di rifugiati, perché stiamo morendo nel deserto». È la richiesta di aiuto lanciata da uno dei segregati raggiunto da CNRmedia. «Siamo a Brak, vicino al confine con il Niger. Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano, ci torturano. La tortura è frequente, tutto è frequente..». «Alcuni di noi – prosegue il racconto – erano stati arrestati perché già abitavano in Libia, altri sono stati presi nelle città, altri ancora sono stati respinti dall’Italia lo scorso anno. Anche se avrebbero avuto il diritto di essere accolti come rifugiati sono stati respinti… ».

Respinti dall’Italia. Abbandonati al loro destino. Un destino di sofferenza, forse di morte. «Tra di noi – racconta uno dei segregati – ci sono anche 18 donne e bambini. Ad alcune persone sono state spezzate le braccia, gambe, hanno le teste rotte. Le torture sono state molto pesanti…». Testimonianze drammatiche. Come quella raccolta da don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani: «I feriti (diciotto) che hanno chiesto di essere curati – denuncia Zerai – per tutta risposta sono stati picchiati selvaggiamente… E mentre venivano malmenati, le guardie gridavano loro: è quello che meritate per esservi ribellati alle nostre leggi… ». Aiuto richiesto, aiuto negato. «Siamo qui senza speranza – dice a CNRmedia uno dei disperati di Brak – senza alcun tipo di aiuto… Nessuno può venirci a vedere, nessuno viene a proteggerci… Abbiamo il diritto di essere riconosciuti come rifugiati, abbiamo bisogno di aiuto da parte della comunità internazionale proprio qui e ora. Perché stiamo morendo nel deserto…. Incalza Amnesty International: a seguito dell’Accordo di amicizia, partenariato e cooperazione concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Secondo i dati del governo italiano – rileva Amnesty – tra maggio e settembre 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia.

Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone «riconsegnate» alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza e diversi minori. L’Italia sotto osservazione. Con due lettere inviate lo scorso 2 luglio al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al ministro degli Interni, Roberto Maroni – il cui testo è stato reso noto solo ieri – il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha chiesto al governo italiano di «collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Secondo i numerosi rapporti ricevuti dal Commissario Hammarberg prima del trasferimento dei 250 eritrei da un campo di detenzione all’altro, «il gruppo sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti da parte della polizia libica, e molte delle persone detenute sarebbero rimaste gravemente ferite». Sempre in base ai rapporti ricevuti – scrive Hammarberg nella lettera – tra i migranti, che rischierebbero ora l’espulsione verso l’Eritrea o il Sudan, vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, e il gruppo includerebbe anche persone che sono state ricondotte in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia.

«Data la recente decisione delle autorità libiche di porre fine alle attività dell’Unhcr nel Paese, è divenuto estremamente difficile avere conferme sull’accuratezza di questi rapporti», scrive il commissario che, vista la «serietà delle accuse», domanda all’Italia di collaborare al fine di «chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». La risposta arriva… via Il Foglio . «In queste ore – scrivono Frattini e Maroni in una lettera al quotidiano di Giuliano Ferrara – è in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all’identificazione dei cittadini eritrei, i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status, e poter loro offrire un’occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio». Da Mosca, Frattini fa sapere che Tripoli « ha già dato segnali di importante disponibilità» per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia».

«Il contributo dell’Italia non è mai mancato e non mancherà – afferma il titolare della Farnesina – ma lo faremo nei modi che portano al risultato e non in quelli che servono a far pubblicità a qualcuno, senza ottenere il risultato». «Il risultato – insiste – si ottiene guardando cosa sta accadendo, chiedendo la collaborazione delle autorità libiche, perché la Libia è uno Stato sovrano e noi rifiutiamo l’approccio colonialista che alcuni sembrerebbero indicare». Controreplica: «L’Italia – ricorda Hammarberg – ha il dovere di vigilare sul rispetto dei diritti umani e di evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in Paese dove rischiano di essere torturati o maltrattati».

2) Manifestazione Eritrei incarcerati in Libia:

MOBILITAZIONE NAZIONALE PER LA LIBERAZIONE DEI 250 ERITREI DEPORTATI NEL DESERTO LIBICO – 8 LUGLIO – ROMA dalle 18.30 davanti all’Ambasciata Libica in Via Nomentana 365 
NAPOLI dalle 19.00 in Piazza Bellini 
9 LUGLIO – in tutta Italia davanti alle Prefetture
Portiamo tutti una candela davanti all’ambasciata libica e manifestiamo davanti alle Prefetture
UNA LUCE PER LA DIGNITÀ
Libertà e diritto d’asilo per 250 profughi eritrei deportati nel deserto Libico
Fermiamo le violenze della polizia libica contro i migranti

  1. Rivediamo gli accordi Italia – Libia e fermiamo la politica dei respingimenti
    Da giorni gli appelli dei 250 eritrei rinchiusi nella prigione di Brak, in Libia, ed esposti ad ogni tipo di violenza e al rischio di morte stanno raggiungendo l’Italia e cercando di risvegliare le nostre coscienze. Le torture e le violazioni subite da queste persone legittimamente in fuga da guerra e persecuzione non sono un caso isolato. Che la Libia sia un paese non democratico e senza alcun rispetto dei diritti fondamentali della persona umana è una realtà che solo per convenienza e calcolo i governi europei fingono a volte di dimenticare. Quelle torture, quelle violenze, ci raccontano però, soprattutto, della disumanità e dei crimini contro la vita umana di cui i governi italiani degli ultimi anni si sono macchiati delegando alla terra di Gheddafi la gestione di migliaia di profughi, ovvero il potere e l’arbitrio assoluto su migliaia di esseri umani inermi e titolari di diritti fondamentali come quello di chiedere e ottenere asilo politico. I respingimenti definiti con crudeltà e ipocrisia da Maroni come “una grande vittoria contro l’immigrazione clandestina” sono solo l’ultimo atto di una storia di complicità e ridefinizione di equilibri politici ed economici che ha usato e continua ad usare il corpo vivo dei migranti come moneta di scambio, la vita delle persone come una merce qualunque. Tutto ciò è avvenuto e sta avvenendo ad opera del governo italiano con un cinismo e un’indifferenza degni dei periodi peggiori del Novecento europeo. Con i respingimenti verso la Libia la classe politica al potere in Italia sta dichiarando a gran voce che la vita umana non vale nulla, specie se si tratta di quella di persone considerate ormai sotto-uomini. I richiedenti asilo come tutti gli altri migranti sono stati stigmatizzati e criminalizzati da leggi come quella sul reato di immigrazione clandestina e da decenni di razzismo istituzionale che ha imbarbarito questo paese e i suoi cittadini. Restare in silenzio mentre le donne, gli uomini e i bambini respinti dall’Italia stanno morendo in Libia significa rendersi complici di questa vergogna. Salvare le centinaia di persone che stanno morendo in Libia, anche a causa delle politiche migratorie italiane, significa lottare per i diritti e le libertà di tutti, per il diritto di ognuno di noi di vivere in un paese civile.

    Agenzia Habesha
    Amnesty International
    Come un uomo sulla terra
    Fortress Europe
    Melting Pot
    Stalker – Primavera Romana
    Welcome! Indietro non si torna
    per info e adesioni
    http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
    http://fortresseurope.blogspot.com
    per organizzare e segnalare le vostre iniziative: gabriele_delgrande@yahoo.it e comeunuomosullaterra@zalab.org
    per info sulle manifestazioni del 9 luglio
    http://www.meltingpot.org/

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