Duccio Demetrio, raccontarsi

Un corso sull’autobiografia mi dà la possibilità di parlare un po’ con Duccio Demetrio, professore di Filosofia dell’Educazione e di Teoria e Pratica Autobiografica presso l’Università Milano-Bicocca. Il professor Demetrio, è inoltre il direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia, da lui fondata nel 1998 ad Anghiari (AR), con Saverio Tutino, il presidente dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano scomparso nel novembre scorso.

Vediamo cosa significa utilizzare il metodo autobiografico secondo Duccio Demetrio e la Libera Università dell’autobiografia.

Si tratta di un genere letterario antico, alla portata di chiunque sappia leggere e scrivere e voglia raccontare quel che ha fatto, imparato, visto nel corso degli anni.

Un genere che diventa metodo di formazione, poiché raccontandosi – indipendentemente dall’età – si apprende a documentare la propria esperienza al passato e al presente, a lasciare una testimonianza di sé agli altri, a scrivere con più motivazione, a pensare e a riflettere meglio. È un metodo autoformativo che ognuno di noi può sperimentare: autocorreggendosi, autovalutandosi, scoprendo di avere in sé potenzialità narrative sconosciute. Per stimarsi di più, innanzi tutto, per prendersi cura di sé, per costruire e accompagnare lo sviluppo e i cambiamenti della propria identità, approfittando della pagina scritta.

Inoltre lo scrivere la propria storia, esercitandosi quotidianamente, facendo di tanto in tanto un bilancio in certi passaggi e fasi dell’esistenza, educa allo sviluppo del proprio mondo interiore: stimola a ricordare, a concentrarsi, a ragionare a partire da se stessi, ad apprezzare la solitudine e la meditazione.

Professor Demetrio, qual è il rapporto fra autobiografia e intercultura?

Poiché ciascuno di noi rispecchia il mondo e i mondi nei quali è nato e vissuto, delle cure e dell’educazione ricevute, scrivendo la propria storia fornisce una testimonianza agli altri.

Emergono le tradizioni religiose, gli universi simbolici, quindi, una lettura autobiografica di carattere esistenzialistico. Balbini a scuola, intervista DemetrioLe memorie e l’autobiografia, costituiscono una dimensione universale che possiamo utilizzare per condividere storie, memorie sensoriali-procedurali di scene presenti in ogni cultura. L’autobiografia, permette di conoscere meglio cosa significa nascere e vivere in Cina, in America Latina, India. L’autobiografia si rivela uno strumento prezioso anche per gli studiosi, i quali raccogliendo e analizzando le scritture delle persone possono ricostruire contesti culturali, eventi, atteggiamenti umani, modi di sentire, di interpretare e di descrivere l’esperienza. L’autobiografia, nata come un bisogno personale, si trasforma successivamente in un documento molto utile a collocare ogni storia e rappresentazione individuale della vita in un orizzonte più generale, in una comunità di persone, in una cultura locale eccetera.

L’intercultura, intesa in modo profondo come scambio possibile, dimostra che siamo tutti appartenenti alla stessa umanità e nello stesso tempo evidenzia la nostra diversità. Interculturale è ciò che ci permette di mettere vicini diversi aspetti, che ci guida attraverso la rilettura di voci, felicità e tragedie e alla comprensione profonda delle nostre origini.

Come può intervenire l’autobiografia nell’educazione interculturale a scuola?

Viorel Boldis, intervista DemetrioNell’educazione interculturale della scuola, tra minori si può mettere al centro il tema del racconto di sé perché è qualcosa che appartiene a ognuno di noi. I ragazzi stranieri, sono assai poco legati al paese di provenienza, perché costruiscono la propria memoria nel presente, perché non sono in grado di gravarsi delle categorie del passato. Le loro memorie, sono le stesse memorie dei nostri ragazzi. Per questo è importante creare momenti di didattica laboratoriale per condividere i ricordi, le storie, le memorie.

I ragazzi stranieri ricevono le memorie dai genitori, ma non è detto che i loro genitori trasmettano sempre i ricordi. Per questo, è essenziale invitare a scuola i genitori per il racconto della memoria. In questo modo il dialogo che si instaura fra i genitori, facilita il dialogo fra i ragazzi. Il bambino italiano capisce tramite il dialogo dei propri genitori di poter parlare con il compagno di banco immigrato, se i genitori parlano fra loro, anche lui sente di poterlo fare. E’ importante creare gruppi scuola-famiglia dove l’intercultura passa, dove c’è una sorta di egida familiare su questi momenti dove questi nuovi cittadini con le loro storie, arricchiscono le nostre visioni della vita, del comunicare, del credere in qualche cosa, del senso stesso dell’essere al mondo.

Sempre più le testimonianze autobiografiche devono entrare nella scuole dell’infanzia per non avere una visione troppo povera, che si limita a vedere la persona che si ha davanti e basta, senza conoscere quello che c’è dietro: tradizioni letterarie millenarie, scienze, medicina, filosofia… Quel bambino non sarebbe più lo sfortunato bambino immigrato e lontano da casa, ma altro. E’ importante far risaltare la specificità delle differenze all’interno di una prospettiva che altrimenti può sembrare quasi priva di cultura. Servirebbe ai bambini stranieri per ritrovarsi e ai nostri per dar loro dignità.

Quali sono le attività legate alla scrittura che, come Libera Università dell’Autobiografia, portate avanti sul tema dell’intercultura?

Rosana Crispim da CostaPer diversi anni abbiamo portato avanti un gruppo di studio che aveva lo scopo di riunire scrittori migranti. Chi vive l’esperienza migratoria, ha una modalità di reazione al momento critico e la scrittura diventa un antidoto all’isolamento, un ritrovamento delle proprie radici in terra straniera. Le storie che ci raccontano queste persone, ci mostrano quanto l’impegno dello scrivere diventi una cura nel momento in cui la solitudine sembrerebbe costringere al silenzio e all’oblio, sia di ciò sia si è lasciato, che di se stessi.

Il ruolo della scrittura si rivela importante laddove viene incentivato con donne e uomini nei centri dove si insegna l’italiano. Ad Anghiari si è lavorato con un gruppo di alto livello culturale che, attraverso diverse forme espressive, ha avuto la possibilità di riconoscersi e di conquistarsi un posto nella realtà dell’immigrazione davanti ai nostri occhi, perché i loro romanzi e racconti ci presentano in primo luogo come siamo fatti noi, ci consentono di avere degli sguardi verso i nostri comportamenti, razzismi e così via. Assistiamo inoltre al nascere di nuovi stili letterari.

Questo lavoro alla ricerca di nuovi talenti, è importante, da un lato, per capire di più quali sono le nostre possibilità di essere come italiani, dall’altro di farci capire come sono loro e da dove vengono i migranti.

Grazie professore e buon lavoro!

Libri di Duccio Demetrio

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.