Autobiografia

Andarsene, faticare per trovare il proprio posto in un luogo straniero, imparare a conoscere e riconoscersi e, infine, dopo essere morta e risorta molte volte, imparare ad essere pianta… Bellissimo esempio di poesia migrante. Buona lettura!

Gridai e piansi sbattendo la porta
dietro cui imparai a essere straniera
per l’ultima volta, e via.
Una stazione affollata,
orari e biglietti, turisti, negozi e luci al neon.
Nessuno mi accolse, nessuno mi disse
che c’era un sottile veleno
nelle tossiche fluorescenze che respirai.
corpi modellati e sorrisi truccati
camminavano in sgargianti sudari
in perfetta finzione di umanità.
Un nodo in gola, una nausea rancida
serrarono in un blocco di cemento
Speranza e Paura.
Giorni e mesi affogarono e poi
in orari e biglietti, indirizzi, annunci,
conti e formulari,
che occuparono il mio nome e il mio corpo.
Una prigione di parole che non
significavano mai me
e tutto era uno scadente surrogato di tutto,
ma seppi dare dei nomi almeno
a ciò che non ero.
E così, lentamente, colori e sapori rivennero a me,
mi riconobbero uno per uno:
seppi di nuovo sorprendermi e ridere,
capire di nuovo le delicate avances
dei raggi di sole sulla mia pelle,
seppi di nuovo essere
un amore ancora non dato.
Allora cominciai a leggere le tracce,
le impronte invisibili che tra le troppe icone del mondo
ognuno lascia mentre insegue
la sua schiavitù o la sua libertà.
Fu allora che incontrai i ribelli,
mi tuffai nel mare benedetto della diversità,
e ingaggiai la mia battaglia contro
l’impero dei mille morti
che soggioga il mondo in perfetta finzione di umanità…
Ma questa è un’altra storia, amore mio,
e oggi che ho imparato
a morire e resuscitare più volte un po’
volevo solo dirti che adesso
che amo in una lingua che non imparai da mia madre,
io imparo piano piano a essere pianta,
stupendo, generoso modo di essere,
che accoglie ogni giorno un nuovo sole
sorto al posto di quello di ieri,
e porgere frutti maturati senza violenza
per guadagnarmi così un minuscolo pezzo d’eternità,
io imparo a essere pianta,
e le mie radici sono impronte
che ho lasciato, che furono lasciate in me,
e percorrono i nostri mondi.

“Autobiografia” di Livia Claudia Bazu, poetessa romena

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