Bacino di laminazione schema progetto

Quello che pubblico più sotto è l’articolo sul bacino di laminazione scritto da Nicola Pozzato e pubblicato dal mensile locale “Sandrigo30“.

*BACINI E BACIONI*

Si riapre il dibattito sul bacino di laminazione a Sandrigo

Il bacino di laminazione di Sandrigo si farà. Lo attestano i documenti regionali, l’approvazione della VIA, l’avvenuto finanziamento dell’opera, le procedure concluse di appalto (di progettazione esecutiva) ed esproprio: una non ignorabile messe di carte archiviate e rinvenibili nel sito ufficiale della Regione. La notizia piomba in paese dopo anni di silenzio, spiazzante e inaspettata, soprattutto (forse) per la stessa Amministrazione comunale che qualche anno fa aveva dichiarato a gran voce l’interruzione del progetto.

Il sindaco di Sandrigo Giuliano Stivan, appresa l’informazione da due giornalisti, si presenta dinnanzi alle telecamere di Rete Veneta e rilascia alcune dichiarazioni alla stampa in cui rileva la pericolosità del piano e ribadisce la propria contrarietà. Per comprendere meglio la situazione, tuttavia, occorre fare un passo indietro: in questa fase, del resto, non ci interessa dar rilevanza né alle ripetute esternazioni del Sindaco, che assicurano la coerenza della propria posizione, né alle perplessità (sicuramente legittime, ma che necessitano verifiche e argomentazioni di più ampio respiro) di cittadini e comitati locali, che sin dal principio del dibattito hanno sollevato dubbi sulle responsabilità dei rappresentanti istituzionali.

Ben più importante è invece comprendere l’entità del piano e quale sia stato il progetto politico che ne ha determinato la realizzazione. I bacini di laminazione sono opere idrauliche volte ad arginare le piene e a proteggere il territorio dalle inondazioni. Dopo la disastrosa alluvione del 2010, infatti, la Regione Veneto mise in atto un “Piano delle azioni e degli interventi di mitigazione del rischio idraulico e geologico”, volto alla realizzazione di strutture di laminazione dei colmi di piena: nel giro di pochi anni furono approvati i progetti preliminari di 23 bacini nel territorio veneto, di cui ben 2 avrebbero interessato il comune di Sandrigo con l’obiettivo di proteggere i territori del Basso Vicentino e del Padovano dalle piene del Bacchiglione. Non si tratta di operazioni irrisorie: il primo stralcio (l’unico che risulta finanziato e per il quale inizieranno a breve i lavori) prevede un volume invasabile totale di 4.600.000 m3, per un’estensione di 37 ettari e un costo di 35,5 milioni di euro; il secondo stralcio, invece, che si trova a valle del primo e prossimo alla zona industriale di Sandrigo, è costituito da un’area di poco maggiore con un volume invasabile di 5.000.000 m3 e 46 ettari di estensione. Sin dalla presentazione del progetto preliminare (datato settembre 2013) presso il Comune di Sandrigo, l’Amministrazione e parte della cittadinanza avanzarono alcune perplessità, in particolare riguardo all’area scelta per l’operazione (le ex cave Vaccari e Mirabella-Astico).

Il possibile contatto tra l’acqua deviata dall’Astico e l’acqua di falda (che si trova poco al di sotto del terreno) destava infatti preoccupazione per i rischi di contaminazione idrica che avrebbe potuto generare; tra le osservazioni presentate alla Regione dal Comune di Sandrigo, inoltre, veniva evidenziata la vicinanza della discarica di Via Galvani che “potrebbe avere problemi di innalzamento falda e quindi di percolato, dato che non è protetta completamente come fondo”. Ma c’è di più: il parere n.581 del 2 marzo 2016 della commissione regionale V.I.A. riporta che “in fase di progettazione si è riscontrata la presenza di una vecchissima discarica di RSU nel settore G3 della cava Mirabella”, in un’area cioè “che sarà sommersa dall’acqua durante i fenomeni di piena del torrente Astico” e che dovrà dunque esser messa in sicurezza. L’imminenza dell’opera, perciò, va a comporre uno scenario non privo di inquietudini connesse non solo all’innegabile impatto ambientale, ma anche ai rischi per la salute della popolazione.

In un territorio che si trova vicinissimo alla zona rossa del più grande inquinamento di falda d’Europa (quello da perfluoroalchilici, che interessa vaste aree dell’Ovest Vicentino) il pericolo di una contaminazione idrica, rilevato dal sindaco Stivan nel suo ruolo di rappresentante pubblico, costituisce uno spettro ben poco rassicurante. Ma rassicura poco, in fin dei conti, anche la tardiva presa di consapevolezza dell’Amministrazione comunale che, se non ha mai cessato di esprimere la propria contrarietà al progetto, ne ha senz’altro appreso fuori tempo massimo lo stato di avanzamento. Per quanto, dunque, il Primo Cittadino dichiari sulle pagine del Giornale di Vicenza che “il bacino, lì, non si farà mai”, l’impressione è che la decisione regionale sia irreversibile e che l’avvio dell’appalto (previsto per il prossimo giugno) costituisca un fatto imminente.

Il bacino, dunque, si farà, a meno che non si decida di ascoltare il parere della popolazione, atto che sarebbe davvero notevole, a fronte dell’inveterata retorica dell’“ormai” e del “troppo tardi” che da anni sembra essere l’unica risposta pubblica alle mobilitazioni popolari per la difesa del territorio (e la Val Susa, in questo senso, è un caso esemplare). In attesa di chiarire i contorni della vicenda vogliamo concludere evidenziando quale sia il contesto, drammatico, in cui si innesta la discussione.

Il Veneto è un fronte del cambiamento climatico: le violente maree che hanno travolto la Laguna di Venezia nel novembre 2019, l’uragano Vaia e i suoi effetti devastanti sui boschi delle nostre montagne, così come i fenomeni meteorologici estremi che hanno sconvolto la regione negli ultimi mesi sono il prodotto tangibile di un disastro annunciato, tra le cui cause va annoverata l’estesa e progressiva cementificazione del nostro territorio. Da anni (e ancor di più in seguito alle grandi opere della Valdastico Sud e della Strada Pedemontana Veneta) il Veneto è infatti una delle regioni più cementificate d’Italia, con una percentuale di suolo consumato del 11,87% contro una media nazionale del 7,10% (Rapporto Ispra 2020): un fatto, questo, che concorre al verificarsi di bombe d’acqua e fenomeni alluvionali. I bacini di laminazione sono dunque la soluzione (costosa e impattante) a un problema che andrebbe affrontato, anche e soprattutto, con l’arresto all’espansione del cemento. Una cura che, c’è da augurarsi, non rechi più danno del male che intende risolvere, in un territorio che ha già pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e che non può (né deve) tollerare pericoli ulteriori.

Nicola Pozzato

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