Chrea
29 maggio

Chréa.

Lassù il tempo tende ancora al brutto, mentre lungo la costa è migliorato. Le montagne hanno un cappuccio di nubi. Gli alberi pettinano lente colate dì nebbia. Ogni cosa è intatta. Un po’ più vecchia, ma intatta.  Mi sembra di giocare alla Bella addormentata nel bosco. Non c’è anima viva. Gli chalets sono chiusi, L’aroma penetrante del legno di cedro s’insinua dappertutto.
La temperatura è ancora così bassa, per la stagione, che il sottobosco è ancora popolato di viole del pensiero azzurre e gialle, di biancospini, di margherite, di rose canine.
Parlare di ricordi non ha senso. Il presente si confonde a tal punto col passato che non ho bisogno di rammentarmi nulla. Sono qua. Ci sono oggi e c’ero anche ieri. Ieri avevo dieci anni, oggi ne ho cinquanta, ma il passato si limita a un sol giorno.
Sono stata io a spostare ieri quel blocco di ardesia, al margine della strada, per filare più spedita in bicicletta.
M’imbatto in una folla di amici e conoscenti: i cedri. “Buongiorno. Non siete cambiati. E nemmeno io lo sono.”
Su te posso arrampicarmi da questa parte, a te dare la scalata da quest’altra. Tu invece sei inabbordabile, i tuoi rami sono troppo spaziati. E tu, vecchione, con quel tuo ramo basso che s’inclina, ricurvo, come una culla! Buongiorno a voi! Quando le nuvole si disperdono un poco, riesco a scorgere tra i rami dei miei amici, mille metri più in basso, Blida che s’indora al sole, e tutta la pianura sino al mare.
Godo a vedere Bénédicte correre come un capretto sull’erba fresca, sotto le ombre dei miei vecchi complici. Non ci sono dubbi: per me Chréa sarà sempre un luogo esclusivo, eccezionale. Basta un’ora, un’ora sola di macchina, perché il miracolo si avveri, per passare dal mare alla montagna. E che montagna!
Alta, rivestita di cedri blu. E con la neve! Quante volte ho atteso questa neve, per Natale! Arrivava sempre prima delle vacanze, o dopo. Durante, mai. Ed era fastidiosa. Ma ricordo le mattine che seguivano alle rare notti di nevicata. Mi svegliavo e sentivo la neve; udivo il suo suono muto, feltrato. Bisognava precipitarsi fuori e toccarla, perché non durava a lungo.
A Chréa, in primavera, c’erano violette e crochi, fiori rari, fiori di Francia”. E poi i falò, i fuochi di legna. Profumavano l’aria. Aroma prezioso del legno di cedro, odore delicato, profumo squisito.
30 maggiochrea mare
Spiaggia. Sole. Mediterraneo. Questa sabbia. Questa costa. Queste dune. Non me ne sono mai allontanata. Non si tratta di ritrovarle, dunque. È un giorno di sole, come tutti quelli che qui ho già vissuto. Il piacere del bagno s’insinua nel mio corpo non appena i miei occhi vedono il mare, il suo colore, il suo moto convulso. Già avverto la sua freschezza, la conosco. So come invaderà la mia pelle riscaldata dal sole. So come penetrerà in me, come giocherò con essa.
Liberarmi di furia dei miei indumenti, stendere l’asciugamano e coricarmi sulla spiaggia ondulata, bocconi. Uno scarafaggio nero. Lui, lo avevo dimenticato. Buongiorno. Passati bene questi ventiquattro anni? Si direbbe di sì. Va di fretta, le sue zampe ricamano una spighetta precisa dentro i rilievi della sabbia.
La durata non esiste. Ciò che esiste è il felice succedersi dei giorni. Il tempo conta soltanto nel lavoro o nella sventura. Diversamente scorre senza interruzioni, senza scontri, e io scorro con lui, identico, interminabile. La bambina e l’adulta, uguali, inscritte nel Ritmo, indispensabili. Guardo lo scarafaggio. Ne conosco l’età, per caso? No, è lo Scarafaggio, è senza età. E anch’io sono senza età, io sono la Moussia. Il Ritmo esige ch’io sia, altrimenti non potrebbe sussistere di per se stesso. Io lo secerno, lui mi secerne. Gorgheggio della perfezione, della soddisfazione assoluta.

Marie Cardinal: “Nel paese delle mie radici”

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