Commercio davvero equo e solidale?

Il commercio equo e solidale (CES) ha una lunga storia anche in Italia. Nato nel 1992 come cooperativa CTM Terzo Mondo a Bolzano, ha continuato a svilupparsi nel corso degli anni. Personalmente mi sono associata da subito ed ho iniziato ad appoggiare questo nuovo approccio al mercato. Un approccio che voleva essere etico.

 Di cosa stiamo parlando

Il commercio equo e solidale è nato con l’intenzione di pagare in modo giusto i piccoli produttori del cosiddetto terzo mondo. In cambio del rispetto di determinati standard qualitativi (produzione biologica, tutela dei lavoratori ecc.) i contadini ottengono per i loro prodotti la certificazione fairtrade. L’altro aspetto innovativo riguarda la vendita, realizzata tramite una fitta rete di negozi – gestiti per lo più da volontari – è organizzata in modo da saltare la grande distribuzione facendo arrivare il prodotto direttamente al consumatore.

In questo modo, negli ultimi vent’anni, il commercio equo e solidale ha aiutato e continua ad aiutare più di un milione di contadini. Le multinazionali pagano i contadini cifre irrisorie, talmente basse che non permettono neppure di comprare le sementi per l’anno successivo; il pagamento, inoltre, è fatto dopo il raccolto ed il prezzo è stabilito dalla multinazionale. Il circuito dell’equo, invece, paga i produttori in anticipo, stabilendo un prezzo giusto per il prodotto fornito.

Nel mondo sono 25 i Paesi dove si vendono prodotti con il marchio fairtrade per una cifra di sei miliardi di dollari che cresce del 27% all’anno.

 

Che cosa sta succedendo?

 Com’era facile prevedere, le multinazionali hanno messo da anni gli occhi addosso al circuito fairtrade: poterci entrare permetterebbe loro di ampliare ancora di più il raggio d’azione, raggiungendo anche i consumatori che non condividono le loro scelte.

In alcuni casi è già successo: in Inghilterra, per esempio, la Nestlè ha ottenuto il marchio fairtrade per la vendita di un tipo di caffè; una vera e propria beffa per chi da anni ne boicotta i prodotti.

Il problema ora è che sono i soci fondatori del commercio equo e solidale a non essere più d’accordo: gli statunitensi sono usciti dal consorzio Fairtrade perché vogliono che le multinazionali possano entrare nei loro affari; vogliono anche dimezzare la quantità di prodotto necessaria ad ottenere il marchio.

Così, l’eticità del commercio equo e solidale si sta appannando e i consumatori si troveranno ancora più in difficoltà nel fare scelte davvero etiche.

Come si suol dire in questi casi: è il commercio, bellezza!

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