Don Giovanni Sandonà

Dopo i primi due anni e in occasione dell’allargamento dell’unità pastorale, abbiamo chiesto al parroco don Giovanni Sandonà di parlarci della sua esperienza e dei progetti pastorali. «È bello poter scegliere se fare un percorso prendendo sul serio il Vangelo e Gesù Cristo, o se restare tiepidamente religiosi», dichiara.

Sono tornato in parrocchia dopo più di 20 anni, con tanto entusiasmo e passando direttamente dalla Caritas alla parrocchia dove tante belle persone mi hanno aiutato.

È un’esperienza interessante che vivo non come funzionario, ma come discepolo di Gesù a cui sono state date delle responsabilità e che, senza la comunità, sarebbe il più sterile del mondo.

L’unità pastorale è un volto di chiesa per chi ha voglia di camminare. Dopo possiamo dire che i preti sono pochi o che le parrocchie si raggruppano per necessità. Ma è bello poter scegliere se fare un percorso prendendo sul serio il Vangelo e Gesù Cristo, o se restare tiepidamente religiosi con tutto ciò che questo significa. L’unità pastorale diventa la consapevolezza che il mondo degli adulti è complesso e che una parrocchia non sarà mai più in grado di fare proposte adeguate e diversificate. Per questo presentiamo le attività di altre parrocchie, perché si possa dire: “Mi interessa, non importa se faccio un metro o 10 km”. Ai genitori che vogliono battezzare i figli dico: “Non siete qui per ricevere patentini, ma se vi interessa dire: ‘Non do per scontato Gesù e il Vangelo, ma provo a vedere se c’è qualcosa di interessante e vero per me adesso’, ha senso battezzare, altrimenti c’è la libertà di non farlo”.

Nell’unità pastorale la figura del prete viene messa in discussione, non può fare tutto, bisogna imparare a essere responsabili assieme, ci vuole un lavoro di squadra con i laici che vanno rispettati nel loro essere adulti. Dal punto di vista organizzativo è più complesso, abbiamo cercato, da un lato, di lasciare alle parrocchie la propria soggettività con i coordinamenti di comunità, dall’altro, con il consiglio pastorale unitario, di dare loro una fisionomia da fratelli, figli di una stessa madre. In due anni questo cammino non ha prodotto lacerazioni e c’è partecipazione crescente.

Bisogna lavorare tanto anche sulla qualità: i tre giorni di riflessione biblica servono per dare vivezza e concretezza al proprio essere cattolici, altrimenti ci sono altri supermercati: dalla new age allo yoga, in cui ognuno può trovare quella dimensione ritagliata a misura su di sé finché ne ha bisogno, ma siamo già in una logica da fitness spirituale.

Servire un territorio a volte può far apparire perdenti, servili agli occhi dei duri e dei puri, ma noi, con Giovanni “Cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide”, perché il Vangelo passa attraverso le relazioni e, se queste ci sono, non avrà importanza se il prete non può girare le famiglie.

Credo che dobbiamo puntare sui tempi lunghi, su cose di sapore, verità e bellezza, su ciò che è buono. Alla fine vuol dire ritrovare se stessi, perché l’aggressività dice disorientamento, fragilità e paure che ci portiamo dentro, mancanza di punti di riferimento, incapacità a decodificare il futuro.

Se in 50 anni riuscissimo, magari in pochi, a essere credibili in tutto questo, come dice papa Francesco “la gioia del Vangelo”, varrebbe la pena. Senza idealismo perché siamo dentro a una cultura in crisi, un occidente culturalmente azzoppato, meschinità, pettegolezzi, pregiudizi, cattiverie.

Però il Signore non ha mai cercato né i perfetti, né i puri, né gli eroi, altrimenti avrebbe cambiato tutto».

Rielaborazione dell’articolo pubblicato nel settimanale Schio&ThieneWeek il 29.09.2018

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