Direttiva rimpatri

A un mese dall’entrata in vigore della direttiva rimpatri, il governo non ha fatto nulla. Come abbiamo detto, la direttiva scardina completamente l’impianto espulsivo previsto dalla legge italiana sull’immigrazione che prevede: Reato di immigrazione clandestina; espulsione immediata con accompagnamento alla frontiera entro 5 giorni; carceramento nei Cie per 6 mesi; arresto e carcerazione nel caso in cui lo straniero violi l’ordine di allontanamento del questore, e così via.

La direttiva rimpatri, invece, prevede un meccanismo ad intensità graduale crescente, fatto che confligge pesantemente con l’espulsione immediata prevista dalla Bossi-Fini. In pratica la direttiva consiglia il rimpatrio volontario dello straniero, un tempo da 7 a 30 giorni per lasciare l’Italia (senza essere reclusi in un Cie), trattenimento in un Cie solo in caso di grave pericolo di fuga.
Per tutti questi motivi, se uno straniero che riceve un’espulsione fa ricorso, lo vince, perché la direttiva gli dà ragione.
Così procure si stanno attivando per “tappare i buchi”, in attesa che il governo emani le prime istruzioni e che il parlamento recepisca la direttiva. Così, se a Genova il procuratore Francesco Pinto ha scarcerato un immigrato precedentemente arrestato per “inottemperanza” al decreto di espulsione, a Firenze Giuseppe Quattrocchi, procuratore capo, ha emanato una circolare che prevede per gli immigrati irregolari soltanto denunce a piede libero e non più arresti.
Certo dev’essere difficile per il nostro governo (e soprattutto per il ministro dell’Interno e della lega), che ha fatto della “caccia al clandestino” la propria ragione di governo, accettare di ribaltare completamente l’impianto normativo dei vari pacchetti-sicurezza, ma se vogliamo continuare a far parte dell’Unione Europea dobbiamo accettarne le leggi e recepirne le direttive.
Per fortuna di noi tutti cittadini e migranti.
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