Duccio Demetrio, raccontarsi

Qui sotto potete trovare l’incipit di Raccontarsi, il saggio di Duccio Demetrio sull’autobiografia e la scrittura di sé.

C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. Capita a tutti, prima o poi. Alle donne e agli uomini, e accade ormai, puntualmente, da centinaia di anni soprattutto nelle culture occidentali. Da quando, forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria. E’ una sensazione, più ancora che un progetto non da tutti realizzato e portato a termine; quasi un messaggio che ci raggiunge all’improvviso, sottile e poetico, ma nondimeno capace di assumere forme ben presto più narrative. Quasi un’urgenza o un’emergenza, un dovere o un diritto: a seconda dei casi e delle circostanze.

Tale bisogno, i cui contorni sfumano, e che tale può restare per il resto dell’esistenza come una presenza incompiuta, ricorsiva, insistente, è ciò che prende il nome di pensiero autobiografico. Non si tratta, appunto, di un desiderio intimistico qualsiasi, riguardante se stessi e riferito al piacere di parlare di sé, fra sé e sé, a se stessi, o alla necessità di ritrovare qualche sperduto ricordo in funzione di una conversazione con altri o nell’istante conviviale.
In quel momento, qualche cosa di più importante, e profondo, ci coglie alla sprovvista e impreparati.

Certamente nasce da una domanda della mente comparsa altre volte, ma che, tuttavia, non aveva ancora raggiunto la consistenza dovuta e propria delle idee quasi assillanti.Scrivere a mano, raccontarsi
Il pensiero autobiografico quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si e stati e si è fatto, è quindi una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita. E una compagnia segreta, meditativa, comunicata agli altri soltanto attraverso sparsi ricordi, a meno che non diventi uno scopo di vita.

Soltanto in questo caso, oltre a mutarsi in un progetto narrativo compiuto, a diventare diario retrospettivo, storia di vita e suo romanzo, ridà senso alla vita stessa.
Consente a colei o a colui che quasi si sente invadere da questo pensiero, così spiccato e particolare, di sentire che ha vissuto e sta ancora vivendo. Anzi, che la passione avvertita per il proprio passato si trasforma in passione di vita ulteriore.
Inoltre non è uno stato d’animo (una sorta di stato di grazia) peregrino ed episodico. Entra a far parte della nostra esperienza umana e intellettuale soltanto quando gli facciamo spazio quotidianamente; quando si fa esercizio filosofico applicato a se stessi (chi sono e chi sono stato?); quando diventa un luogo interiore di benessere e cura.
Quel momento di cui parlavamo all’inizio non è di conseguenza soltanto mentale: in esso c’è molto di più.

Il pensiero autobiografico, anche laddove si volga verso un passato personale doloroso di errori o occasioni perdute, di storie consumate male o non vissute affatto, è pur sempre un ripatteggiamento con quanto si è stati. Tale riconciliazione — un’assoluzione talvolta certo difficile — procura all’autore della propria vita emozioni di quiete.

Perché il guardare alla propria esistenza come spettatori non è solamente operazione impietosa e severa. La rappacificazione, la compassione, la malinconia — quasi evocatrici di un “largo” musicale — sono sentimenti che, mitigando la nostra soggettività, la aprono ad altri orizzonti. Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che nasce nella nostra individualità e di cui soltanto noi siamo gli attori, conosce e svela questi istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica e diventa altro. Condivide l’essere al mondo di tutti gli altri; l’egocentrismo che parrebbe caratterizzarlo si muta in un altruismo dell’anima; lascia una traccia benefica soprattutto quando la nostra storia non e più del tutto nostra, quando si scopre che il lavoro sul passato ci riavvicina e il giudicare è difficile. Ciò che è stato poteva forse compiersi altrimenti, la storia avrebbe potuto conoscere altri finali, ma, comunque sia, era quella storia è ciò che è. E si tratta di cercare di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte.

Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento.
Il suo segreto beneficio si origina in questa sorta di “fai da te” che svuota e riempie al contempo; quando infatti dal pensiero autobiografico passiamo al lavoro autobiografico, che tale pensiero amplia e struttura, sentiamo che il passato esce, giorno dopo giorno, evocazione dopo evocazione, goccia dopo goccia, rendendoci scolmatori meticolosi delle acque filtrate in noi durante tutta una vita, ma nondimeno rabdomanti.
È come se una nuova vita uscisse da noi contenitori e, metaforicamente, conchiglie ancora in crescita.

Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé

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