F 35 ciofeca

Finalmente anche i telegiornali, seguendo l’esempio di ieri del quotidiano Repubblica, hanno iniziato a interessarsi degli F35 e del loro costo spropositato. Ma il merito maggiore lo dobbiamo sicuramente ad “Altreconomia” che ha pubblicato un’inchiesta, lo dobbiamo poi a quel piccolo prete che risponde al nome di Padre Alex Zanotelli, che da anni lavora per costruire un mondo di pace e che è alla base del successo del movimento referendario per l’acqua pubblica.

A proposito di F 35, nei miei archivi ho trovato e recuperato un’intervista fatta da Affari italiani nel 2007 al sottosegretario di allora Forcieri. Ne copio qui sotto alcune parti per evidenziare come nel frattempo i costi siano aumentati in modo incredibile e anche per sottolineare che i caccia stanno creando grossi problemi, tanto che anche chi li produce comincia ad avere dei dubbi.

Video realizzato a Novara, nel corso della manifestazione dello scorso novembre contro gli F35 che dovrebbero essere assemblati proprio in provincia di Novara, a Cameri.

 Ecco il testo:

Ma quale sarà il prezzo reale di questi aerei, che, secondo Rete disarmo, arriverebbero complessivamente a costarci “chiavi in mano”, ricerca e sviluppo compresi, circa 20 miliardi di euro?

Lo sapremo quando li acquisteremo: per ora l’impegno per lo sviluppo e la preindustrializzazione è di circa 900 milioni di euro nell’arco di 40 anni.

Perché l’Italia ha bisogno di un caccia con queste caratteristiche?
La nostra flotta conta oggi oltre 250 velivoli tra Tornado, Amx e AV- 8B, velivoli a decollo tradizionale o verticale. Questi aerei dovranno essere sostituiti a partire dal 2015 per raggiunti limiti di età. Con velivoli più moderni e più performanti il numero potrà essere notevolmente ridotto.

Come si integrano Eurofighter, il caccia europeo, e JSF? i due programmi sono alternativi?
No, complementari. Il caccia europeo ci garantirà la superiorità aerea per la difesa del territorio, il JSF la proiezione al suolo e, quindi, la copertura ad esempio delle nostre truppe impegnate nelle missioni internazionali di pace. Alla fine avremo solo due tipi di velivolo in dotazione anziché quattro.

La Corte dei conti olandese ha mosso precisi rilievi al programma JSF: poca trasparenza sulle procedure adottate e incertezza sui costi reali dell’operazione. Quale peso hanno per il governo italiano queste critiche?
Credo che gli elementi critici evidenziati dalla Corte dei conti olandese siano stati risolti se il governo di quel paese ha firmato già a novembre il Memorandum che regola il programma. Noi l’abbiamo firmato solo il 7 febbraio e comunque noi, al momento attuale, non abbiamo deciso di acquistare nessun velivolo, ma solo di proseguire il programma di ricerca e sviluppo iniziato nel ’98 e di avviare quello di predisposizione alla produzione. Quando sarà il momento, intorno al 2009-2010, chiederemo formale parere del Parlamento riguardo le decisioni da assumere.

L’Italia però ricopre nel programma una posizione rilevante che vede direttamente coinvolte le nostre aziende. Il progetto è finalizzato alla produzione di questi aerei e alla fine noi non ne compriamo neanche uno?
I nostri impegni istituzionali sono questi. Il dato di partenza è che l’Italia deve comunque sostituire oltre 250 aerei. Prevediamo di farlo con l’EFA e il JSF, ma la decisione effettiva la prenderemo quando avremo le garanzie necessarie che il modello risponda adeguatamente alle nostre esigenze. L’acquisto dei velivoli comincerebbe dal 2013, nella fase piena di produzione, quando è prevedibile che tutti i problemi saranno risolti.

E oggi?
Entriamo in maniera consistente sulla produzione delle ali e della relativa sezione di fusoliera, circa 1300 esemplari: una quota che va ben oltre le nostre iniziali previsioni di produzione e di ricaduta industriale.

Il Gao, la Corte dei conti Usa, ha criticato nei mesi scorsi il progetto JSF. Lo ha definito un investimento a scatola chiusa, finanziato senza attendere l’esito dei test di volo e senza sufficienti garanzie sul numero complessivo degli aerei che saranno acquistati dalle nazioni coinvolte nell’operazione. Crede che i rilievi del Gao siano ormai superati?
Il programma sta procedendo molto bene, il primo aereo è volato a dicembre con soli tre mesi di ritardo sulla tempistica prevista. Su un programma di sviluppo di 10 anni e di produzione di 30-40 anni il rischio della sperimentazione è fisiologico, ma confidiamo che tutto si svolga secondo i piani prestabiliti.Comunque gli eventuali maggiori oneri della fase di ricerca, sviluppo e produzione dei prototipi sono esclusivamente a carico degli Usa.

Cosa risponde a chi sostiene che il costo dei velivoli potrebbe essere molto più caro di quanto dichiarato in un primo tempo?
Parleremo del prezzo di questi aerei quando ne decideremo l’acquisto: per ora l’impegno è di circa 900 milioni di euro nell’arco di 40 anni. Se decidiamo di uscire, possiamo saldare il conto e lasciare abbastanza facilmente il progetto, ma non vedo perché dovremmo farlo. Noi europei non dobbiamo ripetere gli errori degli anni ’90.

Cosa risponde, invece, a chi chiede di spendere meno soldi per il settore bellico e investire di più per rilanciare una politica industriale?
Noi produciamo parti di aereo sia per l’industria militare che per quella civile. Va sottolineato, in ogni caso, che i trasferimenti di tecnologia, in questo settore, sono immediati. L’industria “militare” aerospaziale nella realtà è un laboratorio di ricerca e sperimentazione di nuove tecnologie. Tecnologie che possono poi essere trasferite al settore civile.

Ad esempio?
Il fly by wire, i materiali compositi che oramai troviamo applicati in tutti i settori (automobili comprese) o gli stessi navigatori satellitari che vanno tanto di moda oggi sono nati per esigenze “militari” ma hanno poi avuto una ricaduta ed una applicazione, e hanno comportato notevoli benefici, anche per il settore civile.Il JSF garantisce anche la continuità di lavoro per tutte le persone ora impegnate nell’EFA che con la fine del programma avrebbero avuto problemi occupazionali.Con questo programma le nostre Forze Armate si dotano di un velivolo di elevate capacità ed inoltre il nostro Paese si assicura capacità tecnologiche avanzate.

Una serie di rapporti del Pentagono e di ufficiali del Dipartimento Difesa USA (quindi non di pacifisti), rivelano un elenco incredibilmente lungo di difetti del caccia. L’avveniristico casco non funziona, il meccanismo di aggancio di coda ha fallito tutti e otto i test di atterraggio, continue vibrazioni e scossoni constatati durante i voli di prova. Sembra inoltre che ci siano state 725 richieste di modifica in attesa nel solo mese di ottobre 2011; l’ufficio GAO del congresso Usa, inoltre, denuncia l’aumento dei costi, i ritardi nella produzione, lo scarso numero dei collaudi e i molti flop dei pezzi collaudati.

C’è da aggiungere che molti dei Paesi aderenti al progetto (Australia, Canada, Norvegia, Turchia e… USA!) si stanno ritirando, lo stanno ridimensionando, o stanno approfondendo di più.

Perché noi no?

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