Rose Madder, femminicidi

Scrivo questo post dopo aver sentito che Luigi Capasso, carabiniere di Latina, ha sparato alla moglie ferendola in modo gravissimo, uccidendo poi le due figlie e suicidandosi. Un altro femminicidio, che si va ad aggiungere ad una lunghissima lista.

Per questo propongo l’incipit di Rose Madder, il libro in cui Stephen King descrive la storia di una donna vittima del marito violento da cui riesce, alla fine, a fuggire.

Siede nell’angolo e cerca di estrarre aria da una stanza che fino a pochi minuti fa ne era piena e ora sembra non averne più. Da molto lontano le giunge un suono sottile di risucchio e sa che è aria che le scende nei polmoni e poi risale ed esce in una serie di brevi ansiti febbrili, ma non muta la sensazione che ha di annegare nell’angolo del soggiorno di casa sua, con lo sguardo sulle spoglie stracciate del romanzo in edizione economica che stava leggendo quando è rincasato suo marito.

Non le importa molto. Il dolore è troppo forte perché abbia a preoccuparsi di questioni marginali come la respirazione o il fatto che sembra non ci sia aria nell’aria che respira. Il dolore l’ha ingoiata come si dice che la balena abbia ingoiato Giona, il santo renitente.

Pulsa come un sole infetto che arde al centro del suo corpo, là dove fino a questa sera c’era solo la sensazione serena di un nuovo essere che cresce.

Non c’è mai stato altro dolore come questo dolore, non che ricordi, nemmeno quando, a tredici anni, sterzò bruscamente per evitare una buca e cadde dalla bicicletta, battendo la testa sull’asfalto e aprendovi un taglio che risultò lungo esattamente undici punti. Di quell’incidente ha sempre ricordato un lampo argenteo di dolore seguito da uno stupore buio e stellato, che era in realtà un breve svenimento… ma non fu questo strazio. Questo terribile strazio.

[…] Vede l’ombra di suo marito, vede un telefono-ombra premuto su un orecchio-ombra e la lunga spirale del cavo-ombra. Il suo primo pensiero è che stia chiamando la polizia. Ridicolo, naturalmente. È lui la polizia.

[…] Lui si sta guardando intorno, sta cercando di decidere dove è accaduto l’incidente. La porta alle scale. S’inginocchia, la deposita sotto l’ultimo gradino.

«Comoda?» le domanda premuroso.

[…] Quando riappare attraverso l’arco ha in mano un sandwich, ma è naturale che abbia appetito, non ha ancora cenato; e nell’altra uno straccio umido preso dal catino sotto al lavello. Si china nell’angolo dove sei si è rifugiata dopo che lui le ha strappato il libro dalle mani e le ha assestato tre pugni violenti all’addome, bam, bam, bam, addio straniero, e comincia a lavare con lo straccio gli schizzi e le gocce di sangue. Mangia il suo sandwich mentre pulisce. […]

Ho pensato a Stephen King perché di botte alle donne ne sa tanto, visto che è stato un marito molto violento (Shining era in qualche modo la sua storia), oltre che alcoolizzato e tossicodipendente (arrivando a bere lo sciroppo per la tosse e a non ricordare di aver scritto alcuni dei suoi libri più famosi). Nonostante tutto questo, o forse proprio in seguito a tutta “l’esperienza” accumulata, un giorno, durante un’intervista, ha detto: “La gente sa che i mostri delle mie storie sono finti: quello che è davvero tragico sono le donne che avevano il padre ubriacone e violento e che poi sposano un uomo ubriacone e violento“.

Pensiamoci.

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