apolidi, limbo

Non avere nazionalità significa vivere in un limbo legale: vuol dire non avere accesso a servizi necessari per l’accesso ai diritti fondamentali o semplicemente a opportunità, dalla scuola al lavoro, dall’assistenza sanitaria all’acquisto di una casa, alla registrazione di un figlio o alla semplice apertura di un conto corrente bancario.

Lo sa Luka, che non può riconoscere suo figlio, perché, come orfano nato in Ucraina, non è riconosciuto cittadino dallo stato di origine. Sarah, padre del Rwanda e madre congolese, vive oggi in Olanda ed è apolide: non riesce ad avere la documentazione necessaria dalla Repubblica Democratica del Congo dove ha vissuto fino a 16 anni e dove la legge prevede che chi, come lei, ha una doppia cittadinanza, a 18 anni deve sceglierne una. Sarah, giunta in Europa come minore straniero non accompagnato dopo l’arresto dei suoi genitori, non lo sapeva.

Sono alcune delle storie raccolte dall’European Network on Statelessness (ENS) – di cui ASGI fa parte – che ha lanciato una campagna pan-europea di promozione della protezione degli apolidi in Europa.

Anche in Italia gli apolidi spesso sono vittime sospese in questo limbo: come Ulfidana, apolide, rinchiusa in questi giorni nel CIE di Ponte Galeria a Roma, incensurata, espulsa dall’Italia verso la Macedonia, dove non esiste, che respingerà con tutta probabilità quella richiesta d’ingresso con il rischio così di restare prigioniera del Cie, lontano dai suoi 5 figli nati in Italia. Nello stesso CIE si trova ancora Jovanovic, nato 23 anni fa ad Aversa, da genitori bosniaci fuggiti in Italia, che la Bosnia non riconosce come cittadino e che sta facendo la richiesta di riconoscimento dello status di apolide.

Storie di vite diverse ma accomunate dall’apolidia.

Molti apolidi si ritrovano privati di diritti basilari, come l’accesso al lavoro, in stato d’indigenza o costretti a dormire per strada, altri sono soggetti a detenzioni di lungo periodo seppur in assenza di prospettive di rimpatrio. Pochi possono rompere questo circolo vizioso: l’assenza di un percorso attraverso il quale gli apolidi possano regolarizzare il proprio status mette queste persone a rischio concreto di subire violazioni dei propri diritti umani. Così rimangono per anni in un vero e proprio limbo legale.

Per dare maggiori strumenti a chi cerca di uscire da questa condizione di mancanza di diritti l’European Network on Statelessness (ENS) ha recentemente pubblicato per la guida “Determinazione dell’apolidia e dello status di protezione degli apolidi: guida di buone pratiche e fattori da considerare nella realizzazione di una procedura nazionale e di meccanismi di protezione

In Europa si puo’ fare di più a favore dei diritti dei cittadini apolidi: il solo fatto che ci siano 600.000 apolidi in Europa mostra quanto questa azione sia necessaria. Come ha recentemente ricordato l’UNHCR in un messaggio agli Stati Ue alla vigilia delle elezioni del Parlamento europeo “Gli Stati membri dovrebbero aderire alla Convenzione del 1954 relativa allo Status degli Apolidi e applicarne le disposizioni per garantire agli apolidi i diritti fondamentali mentre si trovano in attesa di acquisire una cittadinanza. Oggi, solo quattro Stati membri dell’UE – Cipro, Estonia, Malta e Polonia – non hanno ancora aderito alla Convenzione. Gli Stati membri dell’UE dovrebbero inoltre aderire alla Convenzione del 1961 sulla Riduzione dell’Apolidia recependola attraverso l’adozione di una normativa volta alla prevenzione dell’apolidia”.

Firmando la petizione possiamo far emergere dall’ombra questi “fantasmi”, assicurando agli apolidi un trattamento rispettoso e dignitoso, di cui non hanno – fino ad ora – goduto.

La campagna culminerà in una giornata d’azione concertata in tutta Europa, il 14 Ottobre 2014, quando questa petizione sarà consegnata ai leader Europei.

L’ASGI, da sempre attiva nella promozione dei diritti degli apolidi, fa parte nell’ENS e attualmente sta sviluppando le azioni previste nel progetto OUT OF LIMBO.

Firma la petizione

Per maggiori informazioni visita il sito dell’ENS

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