Fuad

Se fossi seduto su una nuvola
non vedresti le frontiere tra un paese e l’altro,
né il cippo di confine tra una fattoria e l’altra.
È un peccato che tu non possa sederti su una nuvola.
(Kahlil Gibran)

Faccio ogni giorno quello che posso perché l’assurdità della guerra scompaia dalla vita di ogni uomo. 

Fuad Aziz

Lupia dall'alto, fuad

 Nella splendida cornice di Lupia, paese dell’acqua, sabato 14 giugno 2014, il bellissimo ristorante “La Colombara” ha ospitato la mostra dell’artista di origini curde Fuad Aziz. Introdotto da Francesca Rizzo, critica d’arte, Fuad ha raccontato a un gruppo di attenti ascoltatori la sua storia di artista, a partire dagli studi a Baghdad prima, a Roma e Firenze poi. Affabulatore nato, l’artista ha affascinato gli ospiti spaziando fra la narrazione delle proprie modalità di lavoro, l’importanza della contaminazione per la cultura, l’arte e il suo significato, la modernità, il pensiero unico, il suo lavoro di artista per la Pace, la motivazione che lo spinge a scrivere fiabe… Questo articolo riassume il suo racconto.

Nota sul titolo: Il titolo gioca sul significato italiano del nome: in curdo infatti, Fuad significa “cuore” nel senso di culla dei sentimenti ed è il termine usato dai poeti.

Gli studi e il “Foglio di Roma”Fuad Aziz

Sono venuto dal Kurdistan Iracheno per studiare l’arte. A Baghdad avevo fatto l’Accademia di Belle Arti e volevo proseguire a Roma. C’è una storia dietro a questo che vorrei raccontarvi. Per studiare all’estero dovevo rinviare il servizio militare e per questo serve molta documentazione, ma soprattutto un invito dell’accademia. Noi eravamo tre amici, abbiamo scritto dicendo che volevamo frequentare e chiedendo l’invito; gli esami di ammissione li avremmo fatti in seguito. L’invito però non arrivava, abbiamo aspettato per mesi quello che, per tutti in paese, era diventato il “foglio di Roma”, qualcosa di prezioso, una specie di leggenda. Tutti ne parlavano, chiedevano, si informavano… “Allora il foglio di Roma è arrivato?”. “No, non è arrivato”.

Così, dopo quattro mesi di attesa inutile, abbiamo deciso di fare il militare. Questa scelta però avrebbe significato la nostra morte artistica, perché da noi il servizio militare non dura un anno o due: inizi quando c’è la guerra, poi non sai quando finisci. C’è un particolare: quando scrivono il tuo nome nel libretto militare, nemmeno il presidente della repubblica può cambiare e tu il militare lo devi fare. Quando siamo andati a iscriverci, l’impiegato ci ha chiesto: “Non è arrivato il foglio di Roma? Allora siete sicuri, avete proprio deciso?”. E noi abbiamo risposto di sì. Allunga la mano per prendere i libretti e i libretti non ci sono, sono nel magazzino. Allora dice: “Perché non tornate domani?”. Ma la sera, agli altri due amici, è arrivato il “foglio di Roma”, a me invece no. Allora siamo andati all’ufficio postale dove conoscevamo delle persone e abbiamo cercato fra tante lettere, finché abbiamo trovato anche il mio invito.

Fuad AzizEcco, qui c’è la vita! È tutta una sorpresa, se non fosse arrivato quel foglio, io stasera non sarei in questo posto bellissimo a parlarvi.

Per completare la pratica ci serviva la firma del generale: noi allora seguivamo l’arte europea, barba lunga, pantaloni larghi… non era l’abbigliamento adatto per andare davanti al generale! I generali sono contro l’arte e la modernità, rifiutano ogni novità. Allora ho detto agli altri: “Datemi i vostri fogli, li porto io”. Il giorno dopo mi sono fatto la barba, ho messo la camicia bianca e, lucidato le scarpe e sono andato dal generale. Ecco, ci sono dietro tutti questi particolari nella nostra storia, cose che fanno parte del nostro viaggio.

In Italia

Venire in Italia in 4 ore di volo significa cambiare da una cultura all’altra, cioè trovarsi di fronte a una cultura completamente diversa. Non è stato a rate, è stato un impatto improvviso, addirittura non conoscevamo una parola di Italiano. Negli anni ’70 i professori erano grandi artisti italiani del ‘900: Franco Gentilini, Emilio Greco, Renzo Vespignani… Io avevo scelto Emilio Greco.

Dovevamo dipingere per venti giorni, poi i professori avrebbero deciso se eravamo ammessi o no. Avrebbe potuto succedere anche questo, che si dovesse tornare a casa. Però noi venivamo da un’accademia molto seria dove ci facevano lavorare molto, anche 12 ore al giorno: andavamo nei bar e dipingevamo i movimenti delle persone, al mercato dei cavalli e ne dipingevamo l’anatomia… Nonostante tutti i miei dipinti fossero spariti due giorni prima della consegna, Emilio Greco mi ha fatto passare al secondo anno: aveva visto come dipingevo ed ho dovuto soltanto fare un altro paio di dipinti.

L’arte e la cultura

donna-citta, fuadIn questi anni ho cercato sempre, da una parte di non dimenticare l’adesione alla mia cultura di origine e dall’altra di accogliere quello che c’era in Italia, che è un museo a cielo aperto! Io venivo da una cultura pura, con l’arte devi essere te stesso, non puoi essere falso, commerciale… Emilio Greco mi ha aiutato tanto in questo, ha capito che il passaggio da una cultura a un’altra deve avvenire in modo naturale.

Parlando della cultura in generale, senza che ce ne accorgiamo, sta avvenendo una cosa sotterranea, che però è un problema grande: lo sviluppo culturale è tutto unificato, c’è un modello unico. L’Europa cerca di imitare paesi come gli Stati Uniti perché, in quanto Paese militarmente, tecnologicamente ed economicamente forte con quello che fa, credono sia il riferimento più alto per la cultura. Invece un artista africano o mediorientale guarda all’occidente come punto di arrivo. E tutti dimenticano la cultura di origine. Ma lo sviluppo culturale non è lineare, ci vogliono contaminazione, conoscenza, rapporti… La diversità culturale è fonte di ricchezza. Io cerco dal mio vissuto, dai miei sentimenti, dalle mie origini, di mettere tutto insieme, così arricchisco il mio lavoro, e l’incontro di stasera che tu Francesca hai giustamente chiamato Oriente-Occidente, diventa più ricco se faccio vedere anche qualcosa della mia cultura.

Ma cos’è l’arte? È come un tavolino con tre gambe, tutt’e tre indispensabili e interdipendenti:

  1. il contenuto, quando noi andiamo a vedere un film, uno spettacolo o una mostra cerchiamo di capire cosa rappresenta, guardiamo al contenuto.

  2. la forma, un quadro magari ha un contenuto forte però i colori sono confusi… e senti che manca qualcosa.

  3. L’estetica, per estetica non intendo il bello e il brutto, ma l’originalità di un’opera. Un’opera è originale quando l’artista è se stesso e cerca di capire la sua realtà.

Picasso diceva che l’artista è un uomo di cultura. Io nel mio paese vivevo una guerra. Io non posso rappresentare la guerra come fa un giornalista, posso solo rappresentare il mio sentimento, a mio modo. Se piace o no è un altro discorso, però cerco di essere me stesso. Prima mi esprimo. Ma questo contenuto che esprimo dà emozioni all’altro? Quanto? Come? Questo succede se c’è qualcosa di nuovo che lo colpisce, qualche colore, il contenuto… anche, semplicemente, se lo fa stare bene.

Io non voglio fare discorsi difficili, anche altre opere più grandi di queste, come alcune sculture che rappresentano la libertà, la pace, cose positive, le propongo per far stare bene le persone e, nello stesso tempo, far capire che dietro a questi colori, a questi tratti intrecciati e forti, c’è un passato, una visione, un sentimento… A volte c’è una guerra, non puoi fare niente, allora cerchi, attraverso queste opere, di rappresentarlo semplicemente.

La modernità

Fuad AzizLa cultura, anche quella occidentale, è andata avanti troppo velocemente a cercare la novità, la modernità. Ma, arrivata a un certo punto, ha sentito la nostalgia delle cose che ha lasciato indietro per inseguire la modernità. Perché, andando avanti troppo velocemente, tu lasci quello che ti circonda, emozioni, persone, ambienti, cose, sentimenti… tu cerchi di andare velocemente alla ricerca della modernità e questo cosa crea? Questa nostalgia ha fatto tornare indietro, ha creato un vuoto, un cerchio vuoto. Bisogna svilupparsi naturalmente, come giustamente dice Manzù.

Svilupparsi naturalmente significa portare con sé tutto quello che ci circonda: emozioni, cultura, ecc. e io ho presentato delle figure, anche semplici volti, che però possono dire tante cose. Per esempio la musica è un simbolo che uso per dire: “Io sono contro ogni male che c’è e porto questo dono”. Ho scelto il violino perché per me è molto elegante anche come forma sulla figura e ho fatto una figura con le ali sottomano… ecco qua la novità che porta con sé e c’è sempre questa libertà vissuta, perché io per tanti anni non potevo dipingere e fare le mostre sotto un governo dittatoriale; e quando sono venuto qui, per 18 anni non potevo contattare la mia famiglia nemmeno per lettera.

Quindi, per completare il discorso sulla modernità posso dire che questo vissuto, questa mancanza di libertà fa riflettere: allora tu come artista, tra tutti questi movimenti ricchissimi artisticamente che ci sono in giro devi copiare tutti? No. Devi prendere tutti? No, Tranquillo, prendi quello che serve al tuo contenuto e lo puoi prendere dalla modernità.

La mia tecnica

Come vedete questi sono i disegni di uno scultore: non m’interessa quello che c’è intorno, lavoro dentro la figura e il suo movimento nell’aria, mi interessa tanto la sua eleganza. Tratti forti, colori trasparenti, puri, questa china colorata la uso direttamente. Mi serve un colore rosso e cerco con coraggio di riempire questo spazio >di rosso perché in quel momento ho bisogno proprio di questo rosso.

Però io faccio quello che sento, che mi piace, sono molto lontano dalla galleria che spiega come vuole un quadro. Diventa una tortura, io già scappo da una tortura e qui voglio vivere ed essere libero anche di usare i colori. Ho bisogno del blu? Metto il blu, perché in quel momento c’è quel bisogno.

Come diceva Che Guevara: “Bisogna essere forti senza perdere la tenerezza”, ecco, vedete tratti forti, netti e colori trasparenti… questo mi ha dato la mia tecnica.

Le simbologie dal Kurdistan

Avete notato questi occhi grandi? Nell’arte assira facevano gli occhi grandi per guardare lontano, è bello guardare lontano, è sempre una cosa nuova e questa per me è la modernità e la voglio prendere da qualcosa che risale a 3000 anni a. C.

Sulla testa io metto la città, una colomba colorata, un violino… Da noi si dice: “Ti metto sulla testa” per dire: “Sei molto prezioso per me”, quindi questo dono positivo di musica o di questi elementi, per me è prezioso e lo dono tramite le mie pitture.

ilmiocolore, copertina, fuad Aziz

La donna che dipingo sempre rappresenta la mia terra, la mia città.

Le fiabe

Tanti anni fa ho scritto due libri per la casa editrice Fatatrac, da lì poi è nata la voglia di scrivere visto che c’erano tanti immigrati e figli di immigrati. La fiaba è divertente, piena di fantasia, con la fiaba è più facile conoscere e far conoscere un’altra cultura.

E in tutto questo svolgono un ruolo importante i momenti dell’ascolto e del racconto. Mi sono accorto che scrivere fiabe, anziché prendere troppo tempo alla mia arte, la completa con un tocco di fantasia e di dolcezza; a volte le fiabe danno poesia a cose molto serie, profonde culturalmente e, con l’aiuto degli animali, mi permettono di affrontare temi difficili in modo semplice: per esempio l’importanza di accettarci come siamo perché ognuno ha la sua bellezza, la sua importanza, i suoi colori…

Un nonno speciale

Fuad e Francesca Rizzo

Mio nonno è vissuto 107 anni. Aveva due libri grandi di racconti. Erano veramente antichi e non si potevano sfogliare a mano perché si sarebbero strappati, allora il nonno, per girare le pagine, usava un coltello da cucina molto sottile. Noi piccoli, durante l’inverno, non vedevamo l’ora che arrivasse la sera per ascoltare perché questa storia era piena di accadimenti, di fantasia, volevamo scoprire il seguito, sapere chi aveva vinto quella battaglia… e per me quello era l’unico momento in cui potevo vedere i disegni del libro, che erano fatti a mano e molto belli.

In seguito, quando volevo studiare arte dopo la scuola media, la famiglia non voleva mandarmi a Baghdad, ma una sera il nonno è venuto a casa e ha detto: “Questo ragazzo deve andare” e, quando lui diceva una cosa, si doveva farla.

A questo punto ci siamo alzati ed abbiamo girato per il locale a guardare i quadri di Fuad, e non c’è più stato spazio per le parole, ma solo per un’ammirazione attenta e muta.

Libri di Fuad Aziz

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