dottor Salvatore Geraci, SIMM

In seguito all’allarme Tbc a Sandrigo, abbiamo chiesto il parere del dottor Salvatore Geraci, che ci ha fornito dati certi sulla malattia e sulla sua trasmissibilità.

Salvatore Geraci è l’ex presidente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni SIMM, che opera dagli anni 90 per supportare il diritto all’assistenza sanitaria agli immigrati comunque presenti nel territorio e lo fa in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità. Egli ci ha spiegato brevemente quando e come avviene il contagio da Tbc: «Perché ci sia un contagio serve contemporaneamente: un contatto che, anche se occasionale, dev’essere prolungato e una persona particolarmente ricettiva. Solo con la presenza contemporanea di queste due situazioni si può verificare il contagio. Stare alla luce del sole, per esempio, riduce questo rischio. In Italia abbiamo il minor numero di malati dalla storia della malattia ad oggi: la riduzione è dovuta anche al fatto che le condizioni di vita sono migliorate e non ci sono più le situazioni di povertà, privazioni e fame di quando, per esempio, c’era la guerra. Questi dati valgono anche per i migranti che vivono in situazioni di normalità». Ciò significa che chi vive in luoghi bui, sporchi e sovraffollati ed è ricettivo alla malattia, ha qualche possibilità di ammalarsi a differenza di chi vive in ambienti luminosi e puliti e sta spesso all’aria aperta. Geraci ci ha fornito anche un articolo di Giovanni Baglio, Istituto nazionale salute, migrazione e povertà (INMP) sul tema «Tubercolosi e immigrazione». Baglio sostiene che il cliché del «migrante untore» non trova conferma nei dati epidemiologici e parla di «una sorta di selezione naturale all’origine, per cui decide di emigrare solo chi è in buone condizioni di salute» che vale per chiunque, perché anche chi parte per cercare lavoro ha l’esigenza di essere in buona salute. I dati che vanno dal 2011 al 2013 relativi ai controlli effettuati sui profughi sbarcati in Italia, parlano di 20 allerte: 8 infestazioni, 5 sindromi respiratorie febbrili, 6 gastroenteriti e 1 solo caso di sospetta tubercolosi polmonare. Altri controlli fatti a Roma nel 2014 riguardanti 3.800 stranieri, hanno riscontrato pochissimi casi sospetti di Tbc rivelatisi poi negativi. Il rischio ci può essere se il migrante è continuamente esposto a fattori legati alla povertà: è il cosiddetto effetto «migrante esausto», che si determina quando i processi di integrazione e le misure di tutela tardano a concretizzarsi nel Paese ospite. In questo senso, la tubercolosi è una patologia infettiva solo a metà, in quanto il contesto sociale gioca un ruolo determinante nella sua eziopatogenesi. Non a caso, l’incidenza di tubercolosi tra i migranti si mantiene 7 volte più elevata rispetto a quella degli italiani. Nel 2016 risultano notificati 4.032 casi incidenti di TB, con un tasso stimato di 6,6 per 100mila abitanti, in calo rispetto agli ultimi dieci anni (8,1 per 100.000 nel 2006). I dati del Ministero della Salute italiano, indicano inoltre che, a partire dal 2009, la percentuale di nuovi casi di TB riferiti ai cittadini nati all’estero ha superato quella dei nati in Italia, passando dal 47% nel 2006 al 56% nel 2016. Se,tuttavia, tali casi vengono messi in relazione con l’aumento della popolazione straniera in Italia – che negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata – allora risulta una diminuzione dell’occorrenza di TB, con frequenze più che dimezzate: da 84,1 casi per 100mila stranieri residenti nel 2006 a 44,5 per 100.000 nel 2016. Questo dato conferma che il rischio di malattia è in calo anche in questo gruppo di popolazione. Questi dati non fanno che confermare quanto dichiarato da Geraci: l’Italia è il paese europeo con il più basso tasso di tubercolosi anche nella popolazione immigrata, i controlli ci sono e funzionano, per cui possiamo stare tranquilli.

Articolo pubblicato nel settimanale “Schio & Thiene Week” del 15.09.2018

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