il diacono Gianfranco Avataneo e la moglie Cristina Falletto

Gianfranco Avataneo è diacono permanente nell’Unità Pastorale di Sandrigo. Sposato con Cristina Falletto, racconta la sua esperienza, il percorso che lo ha portato al diaconato e i progetti in cui è coinvolto.

Chi avesse le idee confuse sul significato del diaconato permanente, potrà chiarirsele leggendo l’intervista a Gianfranco Avataneo, che gestisce con i tre figli un bar ristorante in paese. Originario di Torino, nel 2003 si è trasferito con la famiglia per lavoro nel veronese. È arrivato a Sandrigo nel 2016, quando i figli hanno acquistato un locale. Quando ha perso il lavoro, si è reinventato ed ora collabora con loro nella gestione di un bar ristorante.

Vive nella canonica di Lupia, dove ha attivato un progetto di accoglienza, collabora inoltre con l’Unità Pastorale di Sandrigo.

Chi è e che ruolo ha il diacono permanente?

L’ordine sacro prevede tre diverse figure: il diacono, il presbitero ed il vescovo. Il sacerdote rappresenta il Cristo nella sua funzione sacerdotale, il diacono, nei fondamenti biblici nasce per un servizio alle mense, ai poveri. Il suo servizio non è una sostituzione del sacerdote, ma nasce per portare il messaggio evangelico alle persone che più sono nella fragilità.

Noi siamo chiamati a tre servizi: a fianco del sacerdote per portare all’altare la sofferenza dei poveri che diventerà il sangue di Cristo, portare il messaggio evangelico ai poveri, metterci al servizio della carità, a fianco di tutte le povertà. Al diaconato possono accedere anche i celibi che continueranno a restare tali, mentre per i coniugati continua a valere il sacramento del matrimonio.

Essendo il diacono sposato anche marito, padre e lavoratore, vediamo che si tratta di esperienze che mancano alle due figure del presbitero e del vescovo.

Siamo chiamati al servizio della carità, che significa mettersi al fianco delle persone bisognose, dei poveri, di tutte le fragilità della vita umana. Vuol dire farsi prossimo, portando la presenza viva di Cristo e del suo vangelo: questa è la grande differenza con il presbitero. Egli infatti è chiamato in modo particolare al servizio della gestione della pastorale, a un servizio alla comunità, alla celebrazione della messa. Il  diacono, invece,  è chiamato ad essere il testimone di quel Cristo servo nella specificità del servizio al povero, al bisognoso, portandolo nel servizio all’altare. Essere diaconi, quindi, non è essere tappabuchi e tanto meno mezzi preti. E questo ci apre al ministero fra il popolo e nel mondo, perché il nostro è un essere servi inutili che profumano di Vangelo, ma che devono essere anche capaci di profumare di pecora, non nel senso di puzzare, ma nel senso di portarsi addosso quella ministerialità che è stare in mezzo alla gente, altrimenti il rischio è che diventi solo una relazione tra noi e il Signore.

Com’è nata la sua vocazione e qual è il ruolo della coppia in tutto questo?

La mia vocazione è nata da una chiamata che ho sentito più o meno nel marzo 2005 e che ha richiesto una decina d’anni di cammino. C’è stato un tempo di discernimento con la famiglia ed il parroco, poi abbiamo deciso per la formazione teologica: tre anni di studio e 33 esami, abbastanza impegnativo specialmente per chi lavora. Ma in modo particolare era importante capire qual era la volontà del Signore a livello familiare e di coppia. È vero che l’imposizione delle mani è una cosa che riguarda solo il diacono, ma è altrettanto vero che questo ha un riflesso sul fatto di essere sposati. Come il matrimonio porta luce al diaconato, supportandolo, allo stesso tempo, dal diaconato si riceve luce nel matrimonio: è importante in modo particolare la complicità di coppia. La moglie è come un’ancora, non nel senso di ancora di salvezza, anche se molte volte lo è, ma come quella che serve a mantenere il diacono ben ancorato alla terra, per stare tra gli altri e non sopra gli altri. Questo percorso ci ha permesso di comprendere che questo sacramento, che arriva dopo battesimo e matrimonio, è un dono, più che un compito a cui si è chiamati, e unisce la coppia.

Si inserisce la moglie Cristina, infermiera professionale a Cologna Veneta,  per raccontare come lei ha vissuto l’esperienza:

C’è stato un primo momento di sconcerto, all’inizio rimani sconvolta, poi devi discernere e cercare di capire cosa sta succedendo. Hai una vita normale, pensi che sì, magari i tuoi figli potrebbero avere la vocazione religiosa, ma chi penserebbe mai che il proprio marito avrà la vocazione al diaconato? Anche perché una scelta a monte c’era già stata ed era quella del matrimonio e quindi pensavo che quella fosse sufficiente. Però poi ti senti veramente, come dire… Ecco, non vorrei esagerare, ma poi ti senti prescelta, essere chiamata ad affiancarlo nelle sue scelte e nel suo lavoro, avere il compito di stargli vicino in questo cammino. Pur non avendo un ruolo specifico, hai un ruolo pubblico che ti ricorda che sei la moglie del diacono.

E qui il marito le dice scherzosamente: «E ogni tanto ricordargli che comunque prima c’è il marito, poi il padre e poi anche il diacono».

Ci parla delle sue attività?

Con mia moglie e mia mamma viviamo nella canonica di Lupia: abbiamo presentato al parroco un progetto che prevede di aprire la casa all’accoglienza di persone, sia uomini che donne, che sono in una difficoltà temporanea e possono essere accompagnati attraverso un percorso di autonomia e reinserimento sociale. Partiamo dal fatto che siano persone già autonome, che ci sia un progetto di inserimento lavorativo efficace, con tutti i documenti in regola. La casa dispone di 5 camere. In questo momento abbiamo due ospiti, di cui uno sposato, quindi tre persone. Siamo in completa autogestione e ognuno partecipa alla conduzione della casa. Mia mamma ha 80 anni ed è invalida, ha anche lei i suoi problemi, ma si riesce a gestire tutto. Per il futuro la mia speranza è coinvolgere qualcun altro attraverso la testimonianza.

Aprire la casa rientra nel diaconato e noi abbiamo voluto chiamare il progetto Diaconia perché, nel senso ontologico del termine, è l’espressione di testimonianza evangelica nella comunità. La bella notizia è che il Signore viene, e viene per salvare tutti, tutto il mondo e non solo i cristiani. Non c’è cosa più bella che poterlo testimoniare con la propria vita, anzi, lo dobbiamo testimoniare con la nostra vita. Sennò diventa menzogna essere diacono, presbitero, cristiano. Se non riusciamo a portare fuori dalla chiesa quel pane e quel vino che riceviamo che è il Cristo che ci abita, se non riusciamo a portarlo fuori e a testimoniarlo agli altri, siamo menzogneri.

Attualmente io sono in servizio nell’Unità Pastorale e mi occupo delle 5 parrocchie: Sandrigo, Ancignano, Lupia Poianella Bressanvido. Mi occupo del coordinamento Caritas con servizi segno: quello Rom e Sinti, la San Vincenzo con distribuzione di viveri, un servizio di prossimità alle persone che hanno vissuto l’esperienza del lutto, e da poco anche il centro di ascolto e accompagnamento.

C’è anche un percorso di sensibilizzazione che si sta cercando di costruire nelle comunità per cercare di focalizzare l’attenzione alla chiamata comunitaria al servizio diaconale. Si vogliono creare dei percorsi che possano aiutare a discernere delle vocazioni nuove che non nascono solo da una chiamata personale, ma comunitaria. I cammini diaconali sono sempre più importanti, perché le comunità sappiano in cosa consiste la figura del diacono. Non dobbiamo sentirci semipreti perché non è la nostra vocazione.

Come vede la società attuale e cosa si aspetta?

Le mie attese non sono tante, se non la speranza che con la testimonianza si possa coinvolgere qualcun altro. Sinceramente non vedo un futuro roseo, nel senso che purtroppo siamo in un contesto che non mi piace neanche definire secolarizzato, ma direi in un contesto disumanizzato. Sta mancando l’umanità, il sentirsi umani, tutti uguali, senza più la distinzione del colore della pelle o dell’etnia. Io direi che, oggi come oggi, sia sempre più necessario uno slogan, invece che: “Prima gli italiani”, “Prima l’uomo, prima l’umanità”, perché, se vogliamo andare da qualche parte, è quello che serve. Sennò sarà quello che vorrà il Signore con le difficoltà che ci mette davanti. E poi, non dev’essere solo questione di predicare, ma di testimoniare: la chiacchiera non serve a niente.

Rielaborazione dell’articolo pubblicato nel settimanale Schio&ThieneWeek il 22.12.2018

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