scrittura, cultura Vittorio Veneto Autobiografico, Scrivi ti prego, Dino Buzzati

Trovate la prima parte sul metodo autobiografico qui. Per “metodo autobiografico” si intende il metodo messo a punto dal pedagogista della memoria e filosofo Duccio Demetrio. Questa metodologia è utilizzata dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (AR) e dai suoi collaboratori scientifici all’interno dei percorsi formativi proposti.

La nostra mente è piena all’inverosimile di oggetti. Ma qual è l’importanza delle cose senza importanza? Cose che esistono anche se noi non ci siamo e indipendentemente da noi. Pensate che perfino Pablo Neruda ha sentito il bisogno di scrivere  unOde alla… cipolla”.
 Dovremo poi classificare quello che andiamo mano a mano raccogliendo, collocandolo in un tempo e in uno spazio precisi. Dovremo dargli un nome o un volto. Già questi primi, timidi, tentativi innescano in noi un meccanismo di ricerca – il sapore della torta della nonna, il profumo dell’erba tagliata, l’auto che frena di colpo, la copertina ruvida del quaderno di scuola, la vista del tramonto quella sera in montagna… un barattolo di marmellata, un filo d’erba, una porta cigolante. Sarà ricerca di senso che ci permetterà di capire le nostre motivazioni; sarà, anche, ricerca di connessione delle parti. Cominceremo a trovare legami, intrecci che non avevamo mai notato. il tramonto quella sera in montagna e l’alba quel giorno al mare. Emergeranno volti, luoghi, episodi…
Generalmente siamo convinti che la nostra storia non sia nulla di speciale e non valga la pena di raccontarla, perché siamo persone comuni. Però l’atto di prendere la parola per raccontarsi diventa un riconoscere la propria unicità di persona e la dignità della storia di cui siamo portatori. Raccontarsi è molto più che fare una cronistoria, un resoconto puro e semplice degli avvenimenti e di quello che ci è successo e che abbiamo fatto. E’ un prendersi cura di noi stessi, dedicandoci tempo e spazio. Operazione profondamente terapeutica nel senso letterale che è “coltivare”. Tempo e spazio per coltivarci.
Raccontandoci, ci rendiamo visibili prima di tutto a noi stessi e ci scopriamo diversi rispetto a quello che credevamo. E’ come vedere una persona da lontano: è solo una forma anonima uguale alle altre; ma man mano che ci avviciniamo, iniziamo a distinguerne i contorni a vederla più nitidamente. Imparando a conoscere questa forma la rendiamo visibile e facendola uscire dall’anonimato la rendiamo unica.
Quindi da “forma informe” diventiamo qualcosa di riconoscibile e conosciuto. Nello stesso tempo, la nostra storia così piena di fatti, date e avvenimenti messi lì alla rinfusa, diventa più chiara (stiamo dando una forma alla nostra storia e una storia alla nostra forma). E questo è importante soprattutto oggi, con una società che annulla gli individui rendendoli tutti uguali senza una propria storia e identità. Individui fragili e soli, che non hanno tempo per niente, neppure per sé, che corrono freneticamente senza sapere dove vanno. Dimenticando chi sono, quando, da dove sono partiti e perché.

Continua

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