Karim Metref, mente (di)vagante

Karim Metref

Ed eccoci qui, cari i miei lettori! Dopo Enzo Terzi e Viorel Boldis, oggi vi propongo un’altra succosa intervista a quello che io considero un grande autore contemporaneo: Karim Metref. Da molto tempo desideravo conoscere  questo algerino che di sé scrive: “Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi”. Dato che condividiamo la scrittura nel blog “La Bottega del Barbieri”, l’ho contattato e… voilà l’intervista.

Nato in Algeria nel 1967, dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante per circa dieci anni in Algeria. Contemporaneamente ha messo il suo massimo impegno nella militanza per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti per veicolare le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e ha contribuito a diffondere come formatore a partire dal 1998 (anno del suo trasferimento in Italia) dopo varie specializzazioni in educazione alla pace e alla nonviolenza, intercultura e gestione nonviolenta dei conflitti. Vive a Torino dove lavora come educatore.

Leggete e vederete anche voi che l’incontro con il nuovo “aera lo spazio, scaccia l’odore di muffa. Apre nuovi orizzonti”. Buona lettura e buona riflessione!

 

Ci racconti qualcosa di te?

Sono nato 48 anni fa in Cabilia (Algeria). 1967 era 5 anni dopo la fine della guerra di liberazione. L’Algeria era ancora nell’euforia dell’indipendenza. Mio padre che ha partecipato e pagato il prezzo di quella guerra subendo torture e prigionia per anni, ci credeva con tutta la forza della volontà. Noi crescevamo e vedevamo il paese prendere la via sbagliata ma lui non voleva vedere: “Ci vuole tempo!” – diceva. Io sono cresciuto quindi a cavallo tra queste due epoche quella della vittoria e quella della delusione. La mia infanzia era euforica, convinto di vivere in un paese con un futuro brillante. La mia adolescenza invece fu vissuta sotto il segno della ribellione. Ma la speranza sempre c’era. Almeno fino alla guerra degli anni 90.

Da quanto tempo scrivi? Come hai scoperto questo mondo e come hai cominciato?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Sempre di nascosto. Mi vergognavo di quello che scrivevo. Non l’ho mai fatto vedere a nessuno fino all’età adulta. A casa mia si leggeva parecchio. Nonno maestro di scuola elementare e papà professore delle medie. La casa era piena di libri. Leggevamo in continuazione, tutti quanti. Anche mia madre, che non ha mai messo i piedi a scuola. Un giorno mio padre rientrò a casa mentre eravamo tutti fuori e la trovò alle prese con un libro per ragazzi: La capanna dello zio Tom. Prima pensò che stesse guardando le immagini. Poi si accorse che il libro non era illustrato. Le chiese di leggere e lei lesse un brano. Esitante, con il ritmo monotono e inespressivo dei bambini delle classi piccoli. Ma leggeva e capiva tutto. Tutte le sere mentre mio padre insegnava a noi, lei registrava tutto, senza dire parola. Aveva imparato quasi per osmosi.

La scrittura anche fu una cosa che venne naturalmente. Perché avevo bisogno di raccontare. A casa mia oltre a leggere si raccontava molto. La sera dopo cena, eravamo soliti sederci tutti intorno al letto di mia nonna. E la serata cominciava. I grandi raccontavano di tutto: l’andamento della giornata lavorativa, notizie della comunità, notizie dal mondo, ricordi dei tempi passati, aneddoti e storielle. Mio nonno in particolare. Era un oratore ammirevole. Con l’età cominciò a raccontare molto spesso le stesse cose. E noi ascoltavamo e non ci stancavamo mai di ascoltare.

È da lì che ho preso l’amore per le storie. E anche l’arte del narrare. Poi dopo è arrivata la Tv e abbiamo smesso di parlare tra di noi, per ascoltare soltanto ciò che ci diceva quella scatola magica.

Che significato ha per te la scrittura? Preferisci la penna o la tastiera?

Karim blog

Come dicevo per me narrare è innanzitutto orale. Il racconto nasce in testa mia come se lo ascoltassi raccontato da qualcuno. Poi lo riporto sulla carta o sulla tastiera. Devo dire che preferisco la tastiera per un motivo semplice. Mio nonno e mio padre, anche loro scrivevano tanto. MA oltre a scrivere in un francese molto elaborato avevano anche una calligrafia perfetta. I loro quaderni erano sempre bellissimi da vedere. Con la scrittura allineata in ordine, con poche correzioni, poche sbavature.

Io non sono mai riuscito ad avere una così bella scrittura. Per quanto ci provassi, i miei quaderni scolastici erano un vero disastro. Anche per questo motivo (oltre ai numerosi errori di ortografia) non mi piaceva far vedere quello che scrivevo da piccolo.

In che lingua scrivi?

Come mio nonno e padre, iniziai a scrivere prima in francese. La mia generazione ha studiato principalmente in francese. Solo dopo di noi la scuola algerina fu arabizzata. Dopo di che, negli anni ’80, divento militante attivo del movimento per il riconoscimento della lingua e cultura berbera. La studio in un corso informale e comincio a scrivere nella mia lingua madre. I primi racconti che ho pubblicato in Italia, li avevo portati con me dall’Algeria già scritti in lingua berbera.

Cosa pensi della letteratura della migrazione? E della terminologia adottata per definire voi come scrittori migranti?

I nomi sono delle scatole che mettono dentro cose che poi sono diverse in fondo. Non mi piace il nome letteratura migrante. Ma serve qualche volta per descrivere una realtà nuova. Io parlo di autori immigrati e non di letteratura. Perché non credo ci sia una scuola letteraria, una corrente di pensiero, uno stile comune. C’è solo la condizione di chi scrive. Ma sono delle controversie vecchie come il mondo. É come parlare di letteratura femminile, o giovanile, o afroamericana… sono scatole dove vengono rinchiuse le minoranze prima per designare un fenomeno nuovo: “Guarda adesso tra i figli di schiavi ci sono anche alcuni che sanno leggere. E pare ce ne sia anche uno che ha pubblicato un libro.” Poi diventa una scatola, un marchio che ti si appiccica alla pelle e del quale è spesso difficile sbarazzarsi. Ma devo dire che all’inizio questa specie di ghetto dà anche delle opportunità. Per qualche anno, qualche piccola casa editrice aveva individuato quel ghetto come una nicchia di mercato che poteva far vendere un po’ di libri. E questo ha dato a molti di noi una opportunità di pubblicare e farci leggere. Questo ha rotto il muro del problema linguistico che abbiamo noi migranti della prima generazione. In Francia o in Portogallo si parla di letteratura francofona o lusofona perché la francofonia esiste nel mondo. Così anche la lusofonia. L’Italofonia nel mondo si ferma al Canton Ticino, in Svizzera. Ma nonostante questo bisogna riconoscere che in Italia in poco più di 20 anni si è sviluppata una produzione letteraria di tutto rispetto da parte dei “nuovi cittadini”. Ormai scrittori come Amara Lakhous, Hamid Ziarati o Anilda Ibrahimi fanno parte a pieno titolo della nuova letteratura italiana.

Com’è il mondo di voi scrittori migranti? Che cosa vi distingue dai migranti che non scrivono?

Come dicevo, non esiste il mondo degli scrittori migranti. Forse solo uno o due fanno gli scrittori a tempo pieno. Il resto sono lavoratori migranti che si sbattono ogni giorno con il lavoro (che c’è o non c’è), con le difficoltà quotidiane, con la coda in questura per il rinnovo dei documenti, per affrontare lo sguardo degli altri sul tram.

L’unica differenza è che chi ha scelto di scrivere ha scelto da una parte di dialogare, ma, nello stesso tempo, tiene a riappropriarsi della narrazione di sé. Da una parte non mi chiudo su di me come una cozza e affronto il rifiuto con una apertura al dialogo. Da un’altra parte io scelgo di parlare, di togliere la narrazione di quello che sono dalle mani dei razzisti e degli antirazzisti.

Come pensi che gli scrittori che vengono da fuori possano contribuire alla crescita umana e culturale del nostro Paese?

karim-internazionaleLo scrittore quale che sia la sua provenienza, contribuisce alla crescita umana, allo scambio di idee, concetti, riflessioni, storie, vissuti… Molto spesso però i mezzi di comunicazione sono in mano alla categoria dominante: i maschi, adulti, ricchi, eterosessuali, appartenenti alla maggioranza etnica, culturale e religiosa. Lo scambio è debole e rilancia lo stesso punto vista all’infinito. Non c’è dialogo è un monologo. Da sempre è l’allargamento dello spazio di dialogo che ha portato ricchezza. L’accesso dei nuovi cittadini alla scrittura, visto che il campo dei media per ora rimane blindato dalle caste dominanti. Non può che arricchire, aprire nuovi orizzonti, nuovi linguaggi, un nuovo uso della lingua, un nuovo approccio alla narrazione. Il nuovo non è sinonimo di meglio, ma è sicuramente altro, è apertura, aera lo spazio, scaccia l’odore di muffa. Apre nuovi orizzonti.

Ti senti più scrittore o educatore?

No, io sono educatore. Solo educatore. È l’unica definizione in cui sto comodo. Anche se pratico il mestiere sempre di meno. Ma quello di educatore, per chi lo fa con passione, è uno di quei mestieri che ti entrano nella pelle. Io non faccio più l’educatore ma mi sento ancora educatore.

Quella per la scrittura è una passione parallela ma non è il mestiere mio. A me piace raccontare a voce. Sono un chiacchierone. E siccome non si può raccontare in continuo, cerco di trasporre le mie riflessioni, i miei racconti sulla carta o sullo schermo del pc. Ma non mi considero uno scrittore, uno vero. Una volta sono andato a sentire Ian McEwan a Milano. E lui raccontava che si alza il mattino, fa colazione, poi passeggia a piedi fino al suo ufficio e alle 9 in punto comincia a lavorare; a scrivere. Questo è uno scrittore. Un professionista. Uno che avrà sicuramente studiato lettere e perfezionato la sua tecnica a suon di studio, perseveranza e duro lavoro. Con il quale si può non essere d’accordo sui contenuti ma mai sullo stile.

Io invece non so niente di stili, di critica letteraria, di semantica, di tecniche di scrittura, di ritmo e struttura di un romanzo. Mi piace raccontare storie e quello faccio. Per me conta il contenuto e che il racconto sia piacevole, “orecchiabile”, e quello tento di fare.

Com’è la vita in Italia? Cosa è cambiato da quando sei arrivato?

La vita in Italia è piacevole. Almeno, a me vivere a Torino piace tantissimo. Non ho nessuna nostalgia. Credo la nostalgia sia una invenzione dei migranti partiti con aspettative enormi e che poi si accorgono che il luogo scelto non è il paradiso sognato. E siccome hanno bisogno di credere che il paradiso esiste da qualche parte, si inventano la nostalgia per la “terra patria”, quella stessa da cui sono fuggiti. Io invece so che il paradiso non esiste da nessuna parte ma che ci sono luoghi più vivibili di altri e Torino è un luogo molto piacevole per vivere. Peccato che la crisi sta rovinando un po’ le cose. Le cose stanno cambiando in Italia come altrove. Soffiano venti di guerra e la gente diventa egoista, sospettosa, cattiva. Ovunque. E anche l’Italia non si salva da questi cambiamenti. Io ho scelto di rimanere in Italia. Anche se a momenti ho avuto occasioni di sistemarmi in altri paesi europei. L’ho scelta per il rapporto umano che c’è.

Cosa pensi della gestione dell’immigrazione in Italia?

È un caos come tutto. Ad esempio, ho visto un documento sugli stranieri in Giappone. Nel paese tutto funziona molto bene, tutto è informatizzato, veloce, pulito… tranne l’ufficio stranieri della prefettura. Quando entri lì, trovi lunghe file, impiegati sommersi sotto faldoni di cartacce polverose. Burocrazia allo stato puro. É chiaro che la volontà è quella di rendere l’ottenimento dei documenti di residenza difficile, umiliante. In Italia la gestione dell’immigrazione è caotica, ma anche tutto il resto. In un paese dove gli insegnati precari attendono da 20 anni di essere messi in regola, dove i tranvieri non hanno rinnovato il loro contratto nazionale da 10 anni, dove si costruiscono viadotti che cadono una settimana dopo l’inaugurazione, non ci si può stupire che ci siano file per ottenere il permesso di soggiorno e che qualche volta il permesso consegnato sia già scaduto. O cose di questo genere. Sicuramente la legge quadro sull’immigrazione è pessima sin dalla Turco-Napolitano, la Bossi-Fini è venuta a peggiorarla ulteriormente. Oggi persone che vivono in Italia da 20 anni rischiano di o sono già ricadute nella clandestinità. Questo è un male profondo. Una ingiustizia immane che è frutto del concetto di immigrazione vista solo come mano d’opera a buon mercato. Mano d’opera usa e getta.

Cosa pensi della situazione politica e sociale italiana?

Forse è destino dell’Italia di vivere sempre sul confine fra vari mondi facendo parte di tutti senza far veramente parte di nessuno. L’Italia è Europa ma anche Africa nel positivo e nel negativo di entrambe le appartenenze. É primo mondo ma è anche terzo mondo. Con tutto quello che vuol dire come efficacia, eccellenza, ritardo e disordine.

Si può avere nello stesso sistema scolastico l’eccellenza delle scuole materne di Reggio Emilia e il disastro nazionale degli Istituti Professionali che sfornano ogni anno centinaia di migliaia di analfabeti funzionali. È un paese dove alcuni movimenti della società civile sono all’avanguardia della riflessione sui beni pubblici, sullo sviluppo sostenibile e sull’ambiente mentre la classe politica regnante continua ad incentivare le discariche, gli inceneritori e il cemento… Insomma c’è di tutto. Non ci si annoia mai.

Cosa puoi dirci del tuo Paese d’origine?

Algeria, mareUn politico algerino aveva detto: L’Algeria, come fallimento è un vero capolavoro. Bisogna essere maestri per far fallire un paese con così tanto potenziale. E bisogna dire che il regime ci è riuscito. Tanto di cappello.

È un paese bello, bellissimo. Dal punto di vista naturale particolarmente. Il patrimonio urbanistico e artistico non è molto grande né molto ricco. Un paio di cose molto belle, ma non tantissime. È la natura la prima protagonista in un paese grande come l’Europa occidentale, il più grande paese d’Africa. Con una varietà di paesaggi e di ambienti naturali incredibile.

Ma è nello stesso tempo un paese svuotato da un regime violento, bugiardo, ladro, assassino. Un regime che sta buttando via le ricchezze del paese, che ne sta minando il futuro.

Io non ho nostalgia per il mio paese. Ci vado ogni anno per vedere le persone care. Ma il paese stesso mi fa male. Ho male all’Algeria, come diceva Camus. Come avere male ai denti, o alla testa. Mi fa soffrire vedere in che stato è ridotta la pianura della Mitigia, una delle più belle del mondo. Mi fa male vedere il litorale incantevole sporco e invaso dalle ville abusive dei mafiosi. Mi fa male vedere un paese con 70% di giovani, con risorse enormi, con un popolo che ha saputo strappare la propria indipendenza dal colonialismo con sacrifici enormi, che si ritrova schiacciato dai suoi propri figli. A tutto questo mi fa pensare l’Algeria, oggi.

Che significato possiamo dare ai fondamentalismi che tanto spaventano l’Occidente? Tu cosa pensi del terrorismo? E della rinascita di estremismi, xenofobie e razzismi che si pensavano superati?

Siamo in tempo di estremismi. Il fascismo ritorna sotto mille forme. Quella nazionalista ormai è solo una tra tante. Sotto forma religiosa, sotto forma culturale, linguistica, di classe… É tempo di crisi. Il capitalismo di speculazione sta uccidendo il pianeta, sta accumulando le risorse tra le mani di una porzione sempre più ristretta di persone. E dove c’è mancanza di risorse, la gente comincia a scannarsi per avere le briciole.

L’integralismo musulmano è solo una di queste forme. È quella più utilizzata dal sistema mediatico come spauracchio per mantenere le pecore nel recinto.

L’integralismo musulmano, come ogni forma di estremismo, è un male. Un male molto distruttivo. Mira a cancellare migliaia di anni di convivenza pacifica. Mira a dividere il mondo per compartimenti culturalmente omogenei. Stranamente è lo stesso obiettivo dell’imperialismo occidentale. Avere a che fare con piccole tribù in eterna guerra tra di loro, è la strada più breve per regnare sul mondo. Stranamente appare sempre quando e dove fa comodo alle forze della Nato e ai loro migliori alleati nel mondo. Non ho risposte ma pongo molte domande. Una di queste è: bisogna sempre occuparsi soltanto di come far sparire i sintomi e lasciare che la malattia si mangi il corpo, o bisognerà un giorno affrontare il male alla base?

Cosa pensi relativamente alla drammatica situazione dei profughi che nessuno vuole, degli sbarchi e delle morti in mare?

Rischio di essere ripetitivo. Ma in realtà le domande sono molto legate tra di loro. Quando ci fu la rapina del sud Italia da parte dei Savoia per costruire il Nord Italia, la gente diceva: “O brigante o migrante”. Altra via non c’era. Oggi nei paesi rapinati dalle multinazionali e dalle banche, la scelta è “o terrorista o migrante”. Per fortuna la maggior parte sceglie di migrare.

Io credo che ci vogliano delle risposte immediate per salvare la gente in pericolo di morte, delle risposte per togliere la loro vita dalle mani dei trafficanti. Ma soprattutto la politica internazionale deve tornare a fare politica. Cioè a cercare di risolvere i problemi a monte e non soltanto a vedere come sistemare le cose a valle.

Qualcosa su di te, sinteticamente:

ouest_madre-figlio, Karim Metref

Un pregio e un difetto: paziente e poco concentrato

quello a cui non potresti mai rinunciare: Dignità

i valori fondativi della tua vita: Dare e pretendere rispetto. Stare dalla parte del giusto se possibile.

il tuo libro preferito: Le fils du Pauvre, Mouloud Feraoun, 1952 (disponibile in Italiano da pochi anni: Il figlio del povero, Mesogea, Messina, 2008)

l’ultimo film che hai visto: Class Enemy di Rok Bicek (Un film sloveno)

il colore di calzini che preferisci: Bordeaux

cosa canti sotto a doccia: varie canzoni cabile. Qualche volta mi scappa l’Internazionale

se fossi un quadro quale saresti? Madre e figlio di M’hammed Issiakem 

E una canzone? Cfigh (Mi ricordo) una canzone di Idir: (Qui sotto il video)

E, per finire, c’è qualcos’altro che vorresti raccontarci?

Una storia di Giuha, ovvero Nasruddin Hoggia, Nasradin, Nastaradin, Giufà… secondo il paese dove si raccontano le sue storie.

Una volta Giuha dormiva tranquillo quando fu svegliato da un ladro che stava praticamente svuotando casa sua. Giuha finse di dormire. Quando il ladro soddisfatto se ne andò, Giuha svegliò moglie e figli. Presero quel poco rimasto a casa e cominciarono a seguire il ladro. A un certo punto il ladro si volta e vede la famiglia numerosa che lo seguiva. Accelera il passo, ma anche loro accelerano. Ad un certo punto si fermò e chiese: Ma perché mi state seguendo?

Giuha sorridendo rispose: veniamo a vivere a casa sua, no?

– E perché? – chiese di nuovo il ladro.

– Perché hai preso tutto il necessario per vivere. Allora io ho capito che è un invito a tutti noi per venire a vivere da te. No? – disse Giuha, sempre con il sorriso sulle labbra.

Le masse di poveri che dall’Africa, Asia, America Latina vanno all’assalto dei paesi ricchi sono tanti Giuha che corrono dietro alle loro ricchezze saccheggiate.

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Karim Metref ha scritto: Tagliato per l’esilio. Mangrovie, 2008; Caravan to Baghdad. Mangrovie, 2007; Baghdad e la sua gente. Terre Des Hommes-Italia, 2005; con Sigrid Loos “Quando la testa ritrova il corpo: Attività e giochi per un’educazione armonica nella scuola d’infanzia”.

Video: Il ritorno degli Aarch, I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria; E il Tigri placido scorre… Istantanee dalla Baghdad occupata; Morire a Genova.

Inoltre scrive su Internazionale, Almablog, Letterranza e sul suo blog personale Karim Metref.

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