Sarà mai possibile vivere in un mondo senza guerra? Sarà possibile superare la violenza con la nonviolenza? Questo racconto è il contributo della fantascienza all’argomento. Buona lettura.

Era costituita da lanciafiamme, cannoni leggeri e tre cingolati. Eppure neanche una simile forza fu sufficiente per penetrare in un paese dove l’arma più pericolosa risultava essere un piccone.
Bornok non aveva sovrani, né a livello planetario né a livello locale, perché non esisteva neanche la possibilità di avere un esercito regolamentare o quanto meno una roccaforte da difesa. C’erano solo dei consigli che avevano l’abitudine di riunirsi ogniqualvolta ci fossero da decidere questioni vitalmente importanti, cosa che, secondo la storia locale, accadeva ogni trecento anni circa. Questa volta il consiglio venne riunito, e fu emanato di conseguenza un decreto secondo il quale non si riteneva giusta l’invasione, ma senza procedere con inutili e vuote proteste. Così, semplicemente.
Noi non ci pensammo su due volte. Si trattava solo di un misero villaggio fatto di zolle di terra, ramaglie e capanne disposte attorno ad una piazza sporca caratterizzata da tre grosse case circondate da semplici giardini e recinti. Un piccolo paese dormiente su un piccolo pianeta insignificante.
 Il Capitano sistemò i suoi cingolati sulla piazza. Poiché si trattava di PCT, i soldati erano sicuri che in ogni modo le loro ferraglie non avrebbero lavorato. Se dovessi capitare nelle Forze di Difesa ti accorgeresti che, in caso di combattimento e in presenza di PCT, non dovresti mai muovere un dito. Quando li hai nella tua compagnia è cosa certa che te la caverai con l’intera pelle ancora sulle spalle.
 Proprio per questo motivo, in quella occasione, la compagnia costituita da giovani vigorosi e altrettanto vecchi soldati veterani, procedeva a ranghi larghi. Forse con un po’ più di contentezza per la battaglia scampata, da parte dei secondi che non dei primi.
 Il Capitano saltò giù dal PCT di comando e fece un cenno al suo autista, il quale immediatamente cominciò a suonare il clacson. Puoi star certo che fosse la cosa più rumorosa che gli abitanti del villaggio avessero mai ascoltato. Molto lentamente affluirono nella piazza e cominciarono a muoversi disordinatamente attorno alla carovana di mezzi e uomini osservando il tutto con molta indifferenza.
 Erano anche tipi di bell’aspetto, quei bornokiani. Alti come gli uomini e generalmente rossi di capelli, era difficile distinguerli e, per farlo, si doveva ricorrere al colore della loro pelle, che era verde.
Le loro donne erano abbastanza piacevoli da vedersi e sembravano conoscere l’arte dell’amore, fatto questo che portava sempre ad una piacevole occupazione.
Quando la piazza si fu riempita, il Capitano cominciò il suo breve discorso cercando di comunicare ipnoticamente con i bornokiani. “Siamo soldati del Sistema Solare… salve a voi tutti. Vogliamo essere vostri difensori nei confronti dei rettili draadeniani e vi assicuriamo che per tutto il tempo in cui noi saremo qui, essi non vi faranno alcun male”. E così di seguito, con parolone senza senso.
I bornokiani non sembravano veramente interessati, e non si scomposero nemmeno quando il giovane ufficiale disse: “Naturalmente occorrerà costituire un sistema di sicurezza”.
Improvvisamente un vecchio dalla folla gridò qualcosa nella sua lingua. Sicuramente doveva trattarsi di una persona di grande influenza dato che con molta calma tutti i bornokiani presero a sfollare…
 “Fermatevi”, gridò il Capitano. “Mettetevi in fila vicino alla macchina alla vostra sinistra”.

Ma quei dannati bornokiani continuarono a tornarsene nelle loro abitazioni e per nessun motivo sarebbero tornati indietro.

 “Fermi, è un ordine!”. Gli indigeni continuarono a muoversi silenziosamente. “Fermi o sparo” intimò il Capitano. Si attendeva certamente un lavoro meno pesante da quella missione. forse avrebbe preferito una rivolta, ma una cosa del genere proprio…
“Sparate in aria”, ordinò in lingua terrestre. Un mormorio di collera si sollevò dalla folla insieme alle pallottole, ma non ci fu nessun cambiamento nella situazione.
 Il Capitano stava diventando rosso in volto. Aveva una grossa esperienza, ma cose del genere non ne aveva mai viste.
I suoi occhi azzurri si socchiusero “Ho detto di fermarvi o ucciderò il vostro capo”, disse in bornokiano. I soldati cominciarono a innervosirsi. I cingolati si rimisero in funzione puntati sulla folla mentre le torrette ruotavano per allineare le bocche di fuoco sulla lenta ritirata. Il Capitano estrasse dal fodero la pistola, una vecchia modello quarantacinque a canna regolare. Quel ferrovecchio gli ricordava molto il passato e si sentiva molto affezionato ad esso. Inserì la pallottola in canna e prese la mira. “Avete un’ultima possibilità”, urlò digrignando i denti. Dal suo sguardo pareva intenzionato a dare una lezione a quegli stupidi alieni e le sue non sarebbero certo state lezioni pacifiche.
 Nonostante le sue ultime parole, i bornokiani continuarono ad uscire dalla piazza. Ci fu a quel punto un forte colpo di arma da fuoco e la testa del vecchio volò in aria come un melone frantumato. La maggior parte dei soldati, ormai nervosi ed esasperati, si sarebbero aspettati il ritorno della folla e un eventuale scontro, per cui cominciarono a preparare una linea di fuoco, ma non accadde nulla di simile. In breve tempo i terrestri si trovarono soli nella piazza polverosa nel pallido sole del pomeriggio.
 Il Capitano, stizzito e confuso, sparse i suoi uomini per tutto il villaggio assegnando i sentieri circostanti ai PCT e facendo pattugliare le strade più vicine.
Quella sera un bornokiano con il suo cavallo carico di ceste di vimini stava attraversando la strada che dal suo campo lo avrebbe portato di nuovo al villaggio. Un vecchio sergente grasso e brizzolato e due giovani reclute erano appostati ad una curva dello stesso sentiero in prossimità del centro abitato “Alt, controllo”, grugnì il sergente, appena il bornokiano ebbe imboccato la curva. I due continuarono per la loro strada. Per il contadino di Bornok sembrava che il sergente e i suoi uomini fossero trasparenti. “Ho detto alt”. Il sergente alzò il fucile urlando, ma l’indigeno continuò per la sua strada.
A non più di cinque piedi di distanza, il sottufficiale puntò il fucile verso la persona che gli stava venendo incontro, ma questi sembrava non essersene accorto.
 “Fermo, dannazione”, strillò “è l’ultimo avviso”. Il bornokiano superò la pattuglia. Il sergente bestemmiò sparando e il corpo del contadino si infiammò e crollò al suolo disseccato mentre l’animale continuava per la sua strada. In breve i soldati rimasero soli sulla strada nel crepuscolo della sera.
Per una settimana la situazione si trascinò in questo modo, in silenzio. Non una parola fu pronunciata dagli abitanti di Bornok nei confronti dei soldati terrestri. Per punizione tutti i loro campi furono bruciati, ma essi osservarono lo spettacolo con molta indifferenza e, se anche erano impressionati, lo dimostravano solo trasudando linfa. Neanche quando fu confiscato il loro cibo dissero nulla.

Il Capitano non sapeva più cosa fare.

Era giovane sì, ma anche esperto, e mai si era trovato in una situazione del genere. Neppure il Grande Libro ne contemplava una simile. Gli uomini erano irrequieti, il loro morale a terra, e le donne bornokiane non volevano saperne di parlare con loro. Molte furono violentate, ma nessuna accondiscese né tanto meno resistette, ed i loro uomini finsero di non vedere. Si tentò di provocare delle risse, ma i bornokiani non volevano ricorrere a nessuna forma di violenza e così i soldati cominciarono a combattere tra di loro. La settima notte il Capitano, accompagnato da due sergenti, irruppe in una delle case della piazza. Il luogo assomigliava ad una primitiva taverna. Vicino ad una parete erano sistemati alcuni barilotti di vino e, di fronte ad essi, un lungo e stretto tavolo di legno sul quale erano disposti diversi boccali di argilla. Dietro ad esso un individuo era intento alle pulizie con uno straccio sudicio.

In un angolo un musicista suonava uno strano strumento simile ad un liuto, accompagnato dalla voce suadente di una ragazza bornokiana. Alcune altre persone di fronte al rozzo bar, intenti a bere del vino da alcune coppe di argilla, parlavano ad alta voce tra loro.

 Non ci fu animazione quando i soldati entrarono: la musica continuò, il canto anche, e gli avventori continuarono a parlare.

 Mentre il taverniere seguitava a pulire con il suo straccio, il capitano sedette al tavolo: “Vorrei un boccale di vino”, domandò in bornokiano.

Il taverniere, quasi non lo avesse udito, continuò a pulire. Ho chiesto un boccale di vino. Nessuno si mosse.

Il volto dell’ufficiale divenne rosso di rabbia. Si alzò e piantò la canna del suo fucile di fronte agli occhi del padrone del locale. Questi lo ignorò. “Vino, dannazione. Ho domandato una coppa di vino”, urlò e, selvaggiamente, sfasciò l’arma sul volto del taverniere. Questi, sputando sangue, continuò nel suo lavoro. Il capitano indietreggiò e uscì dal locale seguito dai suoi subalterni. Li congedò, e si fermò in mezzo alla piazza vuota sotto la luce bianca della luna.
 La mente del Capitano era molto agitata. Era un esperto, un professionista del suo mestiere, aveva studiato tutte le situazioni dell’occupazione e l’invasione dei sei pianeti a cui aveva partecipato. Anche il Grande Libro aveva modo di analizzare insurrezioni, guerriglie, tutte le più sottili tecniche di guerra passiva, ma una cosa del genere… Sospirò. Camminava depresso verso i PCT parcheggiati nella piazza, turbato, confuso, e con il volto chino sull’asfalto, quando una piccola figura dardeggiò fuori dall’oscurità. Allarmato impugnò immediatamente la sua pistola. Una giovane bornokiana cadde ai suoi piedi. La sua faccia si era distesa. “Perché?” domandò quasi in un lamento, “cosa… cosa state cercando di farci?”. Forse perché la donna era molto giovane,forse perché prima di essere un soldato era anche un gentiluomo, non fu scortese, e di questo si sarebbe meravigliato molto negli anni a venire.

Tu puoi ucciderci disse ritta a pochi passi da lui la giovane, tutti noi. Puoi fare qualunque cosa contro di noi: il potere è nelle tue mani. Ma niente potrà farci riconoscere la vostra presenza su Bornok. Niente. Per noi non esistete.

Poi aggiunse molto dolcemente “Mi dispiace”, e scappò via lasciando il capitano terribilmente solo nella piazza vuota.

I soldati rimasero su Bornok per altri due giorni in attesa che il Capitano riferisse gli sviluppi della vicenda al Colonnello, il colonnello al Generale, questi al Comando Operazionale, e tutti i rapporti filtrassero verso l’alto e giungessero gli ordini. Al terzo giorno caricarono armi e bagagli e partirono, ma il villaggio pareva non avere per nulla risentito del loro passaggio. Nell’arco di una settimana tutte e venti le divisioni erano state evacuate. il governo del sistema solare preferì accaparrarsi le basi draadeniane, anziché Bornok, e con riluttanza i Draadeniani ottennero Maoli. Almeno l’apparenza della vittoria era stata mantenuta intatta; ma fino a quel momento nessuna base era mai stata costruita su Bornok.
Il vecchio tolse la cenere dalla sua pipa.
“Non capisco” disse il ragazzo.
 “Per forza, non puoi”. Rispose lui. “Sei troppo giovane per capire. Può darsi che entrambi siamo troppo giovani per capire”.
“Anche tu sei troppo giovane, Grandpha?”, rise nervosamente il ragazzo.
“Può anche darsi che sia solo troppo vecchio e che abbia perso il vizio”, rifletté infilando una mano e traendone una catena dalla cui estremità staccò un amuleto che posò in una mano del ragazzo.
 “Ecco”, disse infine. “Questo è per te”.
Il ragazzo sgranò gli occhi dalla contentezza poiché quelli che aveva nei palmi della mano erano i gradi vecchi e ossidati dell’anziano Capitano.

Heirloom (1972)

La nonviolenza sconfigge di Norman Spinrad,

tratto da “Il continente perduto” ed. Fanucci 1985

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