Dino Buzzati Albenga

Per chi volesse conoscere la scrittura di un grande giornalista, ecco qui un pezzo dello scrittore Dino Buzzati. L’articolo è stato pubblicato dal settimanale “L’Europeo” nel luglio 1947. Si riferisce a un tragico incidente avvenuto sul Mar Ligure, dove una barca a motore, con ottantun persone a bordo, affondò a causa di una putrella affiorante a pochi metri dalla riva: annegarono 43 bambini, tre donne e una ragazzetta.

LA TRAGEDIA DI ALBENGA

Otto anni fa l’impresa «Ing. Antonio e Carlo Gallino» di Genova terminò i lavori per la fognatura di Albenga. La cloaca scaricava nel mare in località Burone con un grosso tubo prolungantesi dalla riva un’ottantina di metri. Furono smontate le impalcature, barche e pontoni se n’andarono, il mare restò tranquillo, solo ne emergeva un doppio allineamento di pali piantati a trattenere la conduttura.

«È rimasta ancora una putrella», avvertì forse un operaio. Era un’asta di ferro a T infissa nel fondo, una delle tante servite a sostenere le passerelle. Non riuscirono a smuoverla. Venne lasciata là, non era un gran danno. Tanto, la si vedeva spuntar fuori dall’acqua. Nello stesso istante a Milano un operaio si fermò per la via scherzando con una ragazza. La incontrava ogni mattina, quel giorno finalmente riuscì ad attaccare discorso. Gli era simpatica. Né lui né lei immaginavano che entro otto mesi si sarebbero sposati. Nello stesso istante, sempre a Milano, una giovane donna alzò la testa dal lavoro, ascoltando il suo bambino di un anno che nella stanza vicina tossiva. Che pena, Prima di sera avrebbe mandato il marito a chiamare un medico.

Nella medesima ora altre quarantadue coppie di uomini e donne sparse nell’Italia settentrionale facevano progetti per il futuro. A nessuno di tutti costoro poteva interessare l’esistenza di una putrella in ferro dimenticata nel mare dai lavoranti. Eppure il destino aveva già scritto: l’avvenire degli ottantotto uomini e donne era irrevocabilmente annodato a quella spranga, la quale forse sapeva di non essere stata dimenticata per niente: la fatalità le aveva affidato, a lunghissima scadenza, un incarico tremendo e non c’era uomo sulla terra che potesse capirlo.

Gli anni passarono. L’asta in ferro, battuta dalle tempeste, si piegò in direzione nord-est e non ne rimase neppure un centimetro fuori della superficie. Ben cinque volte – si racconta qui ma chissà poi se è vero – barche di villeggianti urtarono nello spuntone e qualcuna si capovolse, ma non successe niente. Finché il 18 luglio 1947 venne l’ora destinata. La barca a motore Anna Marza con a bordo 88 della colonia di Loano, alcune donne, un bagnino, il capobarca e un motorista, arrivò nella direzione prestabilita dalla sorte. La sbarra udì forse attraverso l’acqua, il tof-tof del motore, il vocio dei bambini. Era quella. Lo scafo si infilzò come un’arancia nella forchetta, il mare fece il resto.

Appunto per la presenza della cloaca, quel tratto di riva è quasi sempre deserto. C’è un tratto di spiaggia sassosa con una ridotta in calcestruzzo fabbricata dai tedeschi, poi subito il terrapieno della ferrovia. Dietro il terrapieno termina una strada campestre alla cui estremità vengono a scaricare le immondizie per cui in queste giornate di caldo c’è un fetore orrendo. Fanno qui il bagno di solito alcuni seminaristi; quel giorno non vennero. Sulla spiaggia c’erano solo tre ragazzi.

Quarantatré bollicine d’aria si dischiusero alla superficie, più altre quattro un poco più grosse: dentro c’erano le anime dei 43 bambini, di tre donne e di una ragazzetta, figlia di una di queste. Quarantasette onde si allargarono a cerchio, espandendosi fin sulla spiaggia e poi ancora oltre, attraverso l’intero mondo.

Il colpo si ripercosse sulla riva. Richiami disperati attraverso i campi, corse affannose in bicicletta, prime telefonate. Pescatori, contadini, carabinieri, militi della Croce Bianca non tardarono. Ben venti medici si precipitarono sul posto a soccorrere gli scampati ch’erano più di là che di qua. Un piccolo, creduto morto, era stato abbandonato su un muretto. Un dottore dell’ospedale di Albenga si accorse di una bollicina d’aria che palpitava a una narice. Lo afferrò tra le braccia, per tre ore consecutive gli fece la respirazione artificiale. Così molti, già all’estremo limite, furono salvi.

Le 47 onde si allargavano per il mondo. Alle 19.30 l’United Press diede un primo vago annuncio. I telefoni d’Albenga furono bloccati e i nomi dei morticini, dopo i primi Febbrili controlli, partirono attraverso i fili verso le loro case. Alle 23.45, con opportunità discutibile, lo radio diede la notizia. Quanti sapevano esattamente dove fosse Albenga? Padri e madri si vestirono a precipizio e corsero ai giornali per sapere. I loro figli, per lo più, erano in colonie lontanissime da Loano, ma non intendevano ragione: la radio poteva essersi sbagliata, volevano partire ad ogni costo. Per persuaderli alla calma dovettero intervenire i vigili urbani. Altri vigili e agenti, spiccati dalla prefettura e dal municipio, bussarono di notte alle porte dei «veri» genitori che ancora non sapevano niente.

Al mattino il favoloso orrore era compiuto. Non era Albenga il posto più adatto alla tragedia: l’estate, la spensieratezza delle vacanze, le ragazze seminude, l’allegra piazza nata per i concerti bandistici, le sagre e i carrettini dei gelati, non per un mortorio simile. Nel padiglione della Croce Bianca entrava, dalle tre grandi porte, una grande luce. E sull’interminabile tavolato, tra le foglie di palma e i fiori, i 43 bambini morti, coi loro vestiti da spiaggia, coi loro faccini quieti e buoni, facevano pensare allo schieramento di bambole di un chiosco di lotteria rionale. Entrando, si riceveva un colpo in pieno petto. Si guardava, follemente affascinati. Era vero, oppure un gioco di specchi?

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