Giulia Carcasi, Mia

Questo diario è di Mia

Mi chiamo Mia. Un nome prepotente, no?
L’ha voluto mia madre.
Io quando posso me lo cambio e mi sembra che le cose, senza quel nome, vadano meglio.
Io non vorrei essere Mia, vorrei essere di qualcuno, sapere di appartenergli e non muovermi da lì.
Mia è un nome solo.
Preferirei chiamarmi Tua.
Ma mia madre ha voluto così, ha voluto che fossi solo di me stessa. Forse la faceva stare tranquilla. Lei che non si fida di nessuno, lei che guarda con gli occhi da lupo, lei che è triste di una tristezza contagiosa.
Ho diciotto anni, diario.
Ho un cane che si chiama Pongo, ha le orecchie all’insù, e il pelo a chiazze marroni e bianche.
Quando l’ho trovato in strada, ho promesso che mi sarei presa cura di lui, che l’avrei portato fuori ogni sera, l’avrei fatto stare bene. Adesso che è passato un anno, mi capita persino di dimenticarmi che c’è.
Pongo mi perdona, mi fa le feste lo stesso, anche se non lo porto a spasso, anche se non lo accarezzo. Io non riesco a capirlo il suo buonumore.
Io non sono capace di perdonare, penso che quando cominci a perdonare è difficile smettere, è un vizio che rischia di farti passare per fesso.
La mia migliore amica si chiama Marzia, stiamo in classe insieme. È una ragazza speciale o forse no, con le persone non si può mai dire.
Faccio molti sogni la notte, la mattina non ne ricordo uno.
Mi piace ballare e cantare e recitare, ma non ballo, non canto e non recito.
Preferisco la teoria alla pratica, mi sembra che in teoria le cose riescano meglio.
Mia madre invece è una donna concreta, passa le sue giornate a fare. Io sono il rovescio di lei.
Lei ha la risposta pronta, io la domanda.
Lei ha i piedi di piombo, io di aria.
Lei sta in equilibrio, io casco di continuo.
Io sono lei capovolta, lei a testa in giù.
Ho mille ragazzi, a nessuno dico “ti amo”.
Non credo ai principi e alle belle addormentate, ai vissero per sempre felici e contenti, credo alle persone che si sopportano, a quelli che ogni tanto si dicono “ti odio” e maledicono il giorno in cui si sono incontrati.
Marzia dice che quelle come me si definiscono “anaffettive”.
Io, semplicemente, mi definisco “matura”.

Giulia Carcasi: “Io sono di legno”

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