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Scrivo della trasmissione Mission a parecchi giorni di distanza dalla messa in onda, il 4 dicembre. Lo faccio solo ora perché nei giorni scorsi ho partecipato ad un evento per me molto importante: la presentazione del libro: “Il sole non dimentica nessun villaggio“, che raccoglie l’autobiografia di dodici persone provenienti da nove paesi dell’Africa sub-sahariana che, nel 2011, sono fuggite dalla guerra in Libia.

Confesso che ritengo Mission pura pornografia anche se è stato spacciato per “il primo reality show umanitario“, sponsorizzato nientemeno che da UNHCR (l’organizzazione dell’Onu che si occupa dei rifugiati) e dalla Ong Intersos.

Le persone invitate a presentare la situazione dei profughi che vivono nei campi sono dei veri e propri esperti nel settore, si tratta infatti di: Albano con le figlie, Emanuele Filiberto di Savoia, Barbara de Rossi, Michele Cucuzza, Paola Barale, Francesco Pannofino e Candida Morvillo.

Mission

Il parterre della trasmissione era molto ricco: presentavano Michele Cucuzza e Rula Jebreal e il pubblico, contrariamente al solito, era fittamente popolato di migranti.

La prima parte della trasmissione è stata dedicata alle sciarpe di Albano – ops… scusate, volevo dire ai campi profughi della Giordania. Dopo aver assistito alla partenza da casa, alla spiegazione delle motivazioni profonde che hanno portato il nostro a decidere di accettare questa difficile proposta (fra l’altro, per un modico rimborso spese di 7/800 euro quotidiani per un totale di 7/8000 euro), abbiamo ammirato la loro competenza nel fare la valigia, li abbiamo visti in auto e poi in viaggio (loro perché, fulminato sulla via di Damasco, il nostro ha deciso di portare anche le figlie, che hanno acconsentito entusiaste all’idea di una sì alta e nobile causa – ovviamente anche per le figlie solo il solito, misero rimborso, nessun cachet).

 Ed eccoli finalmente in Giordania. Sono rimasta particolarmente colpita dal panama – che mai una volta è caduto a terra – e dalle sciarpe di Albano, ne ha cambiate parecchie portandole con tutta la sua nonchalance: sciolte sulle spalle, annodate al collo, arrotolate. Confesso che mi ha molto sorpresa sentire Albano parlare con un italiano confuso e sgrammaticato. Quando esternava il suo pensiero: “Speriamo che questa situazione cambi” e simili, era difficile capirlo. Gli consiglierei un corso di alfabetizzazione (può frequentare l’A2 in un Centro Territoriale EDA in compagnia dei migranti, così ha modo di conoscer anche questa realtà) e anche un corso di dizione: pensavo che un cantante parlasse in modo chiaro e comprensibile invece si mangia le parole e non lo si capisce.

La doppia apoteosi però l’ha raggiunta prima quando, dopo aver montato una tenda per i profughi, ha detto che è la stessa cosa che faceva quando andava a vendemmiare da giovane: montava la tenda e vendemmiava: l’unica differenza, ha detto, è che i profughi non vendemmiano; la seconda quando ha cantato per la gioia di un piccolo sfollato.

 Un po’ meglio il secondo servizio perché hanno fatto parlare un po’ di più i profughi, ma poi la visione dei vip in studio, truccatissimi e freschi di parrucchiere e con aria compresa, mostrava ancora di più la falsità di quello che è stato solo uno spettacolo ad uso e consumo dei vip, dove i profughi sono stati il necessario, ancorché disturbante per i vip medesimi, intervallo pubblicitario.

 Non oso immaginare cosa sarà la puntata con Filiberto di Savoia, il cui spezzone è stato censurato dalla Dinamo comunication…

Qui intervento di “C’era una volta non deve chiudere”:

post di C’era una volta Non Deve Chiudere.
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