Posta Sandrigo, Fred Flinstone

Ho già avuto modo di raccontare le disavventure burocratiche in cui sono incorsa con Posta, Centro per l’impiego e Inps. Oggi vi voglio deliziare con una nuova puntata della telenovela che ha come protagonista il locale ufficio postale.

Prima di parlare della Posta, eccovi l’antefatto: il giudice tutelare mi ha nominata amministratrice di sostegno (A.d.s.) di mia mamma, con lo scopo di tutelare i suoi interessi. Ciò significa che io posso operare a suo nome con uffici pubblici e privati e sono autorizzata a firmare per suo conto.

Un giorno arriva una lettera dell’Agenzia delle Entrate con una bella sorpresa: un credito di 80€ per canone TV non dovuto e trattenuto erroneamente in bolletta dall’Enel. Ovviamente vado subito in posta con la lettera e tutta la documentazione necessaria (comprese sentenza del tribunale, fotocopia della carta d’identità e codice fiscale, perché ormai so come funziona ed esco sempre attrezzata di tutto ciò che serve). quando arriva il mio turno, sciorino tutte le carte davanti all’impiegata che, dopo la solita domanda (“Servirebbe la firma di sua mamma: può farla firmare?”), decide che è meglio farmi firmare una delega a nome di mia mamma e mi dà i soldi.

Ragazzi, che soddisfazione! Non capita tutti i giorni di vedersi restituire soldi dall’Agenzia delle Entrate! Torno a casa felice, ma…

Neanche il tempo di entrare che suona il telefono. È l’impiegata della posta, mi dice che c’è stato un errore e che devo tornare immediatamente in ufficio e restituire i soldi: mi hanno fatto compilare il modulo sbagliato! Ma è meglio che io vada là subito, così mi spiegano tutto per bene. Mentre sto per uscire, suona nuovamente il telefono e l’impiegata, con tono lamentoso, mi supplica di andare subito perché altrimenti i soldi ce li deve mettere lei di tasca sua: “Lei capisce vero, signora?”.

Arrivo in posta e mi spiegano che quello che mi serve è un altro modulo da richiedere all’agenzia delle entrate a Vicenza, perché, purtroppo, mi hanno fatto firmare il modulo della delega: “Ma sua mamma non ha firmato, vero signora? Capisce che non è possibile che teniamo quel modulo con una firma falsa”. Comunque, mi dicono, è meglio che io vada di persona all’Agenzia entrate, così mi spiegheranno tutto bene e mi daranno il modulo giusto. Chiedo se si può scaricare il modulo online, senza andare appositamente a Vicenza, ma… “Lei sa quanti moduli ha l’agenzia delle entrate?”, e mi danno la fotocopia di un facsimile da mostrare.

Passa un po’ di tempo, durante il quale arriva un altro accredito per mia mamma. Finalmente, il 3 febbraio riesco ad andare all’agenzia delle entrate. E lì si vede subito la differenza con le Poste: almeno 20 persone in fila, una sola sportellista, ma… display meraviglioso con numeri luminosi che segnalano lo sportello e, soprattutto, una cortesissima e sorridente impiegata che non perde mai la pazienza. Estremamente calma e professionale, sa indirizzare e tranquillizzare tutti, dai preoccupati di aver perso il turno a quelli che non sanno cosa fare, da chi teme di dover stare lì tutta la mattina a chi vorrebbe saltare la fila e passare per primo. A tutti dispensa un luminoso sorriso e una semplice spiegazione e in meno di un’ora filtra le richieste di una quarantina di persone.

Arriva il mio turno e mi dirigo subito nell’ufficio indicatomi. Qui l’addetta, dopo che le ho spiegato la situazione, si consulta con i colleghi, sento che dice cose tipo: “Sì, ma cosa facciamo: un documento per dire che il giudice ha ragione? Non è possibile!”. Mi rilasciano quindi un documento su carta intestata e firmato dal responsabile con scritto in grande:

Autorizzazione all’incasso

Mi assicurano che con questo documento non ci saranno problemi di sorta. Forte di queste rassicurazioni, la sera stessa vado in posta.

Ma… in posta sorgono subito dei problemi. Per motivi che non mi sono chiari, l’impiegato mi propone di pagarmi, per intanto, solo il secondo accredito. Alla mia richiesta di averli entrambi insieme dice: “Almeno fosse venuta stamattina! Avrebbe parlato con il direttore che adesso non c’è!”. Siccome sono una persona mansueta ed accomodante decido di tornare la mattina seguente per vedere il direttore.

La mattina dopo torno, determinata a non uscire dalla posta senza i soldi di mia mamma. Ricomincia la manfrina del giorno prima, con la proposta di pagarmi solo il secondo accredito. Si inserisce nel dibattito l’impiegata che a suo tempo mi aveva supplicata di restituire i soldi, così scopro con sommo stupore che è tutta colpa mia:

È colpa sua, signora! L’altra volta lei avrebbe dovuto chiedere al direttore la fotocopia della nostra ricevuta, così adesso potremmo utilizzarla per darle i soldi. Purtroppo, senza l’apposito modulo dell’agenzia delle entrate, non possiamo fare nulla. Deve tornare a Vicenza e farselo dare.

A questo punto chiedo: “Ma se il responsabile dell’Agenzia delle entrate mi ha dato una lettera di autorizzazione all’incasso, cosa devo fare per avere i soldi? Chiamare i carabinieri?”. “Faccia quello che crede, ma non è così che si risolvono i problemi. Come facciamo a pagarla senza il modulo da inserire nella stampante? Intanto, ci lasci almeno pagare il secondo accredito: di quello abbiamo già il modulo. Per l’altro, si vedrà”.

Ma l’agenzia delle entrate aveva già stampato copia del famigerato modulo, il problema è che non era delle esatte dimensioni previste da Poste spa, i cui dipendenti, nel momento in cui si ritrovano anche un minimo cambiamento, si perdono e non sanno più che fare (e manco se ne assumono la responsabilità).

Io mi impunto ed chiedo tutti i soldi o, in alternativa, risposta scritta che spieghi in base a quale legge non possono pagarmi, vista l’autorizzazione dell’agenzia delle entrate. Questo li convince e, seppur molto di malavoglia e odiandomi ferocemente, stampano la ricevuta e mi danno i soldi.

Sandrigo, Anno Domini 2019, Posta spa. 

La mia esperienza ci dice un paio di cose: la prima è che si deve sempre pretendere quello a cui si ha diritto e, in caso di rifiuto, chiedere risposta scritta che motivi in base a quale legge non è stato possibile fare quello che chiedevamo (avete presente Salvini che continuava a dire “I porti sono chiusi”?, perché credete che non ci sia uno straccio di documento scritto che lo certifichi? Semplicemente perché così lui non è responsabile di nulla). La seconda che, quando si parla di digitalizzazione 4.0, qualcuno dovrebbe raccontare a chi vive nella stanza dei bottoni senza mai uscirne, che la vita reale è questa, tutti i giorni: inutile ottusità burocratica. E che, finché non si sarà risolto il problema della formazione del personale, la vera digitalizzazione continueremo a sognarcela.

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