Risposta a Sandrigo 30

Risposta a Sandrigo 30 da parte degli immigrati residenti da anni nel territorio

 Sandrigo, lì 05.02.2010
Gentile Direttore,

Noi stranieri di Sandrigo siamo turbati da una lettera scritta sul numero di gennaio 2010 di “Sandrigo 30”; quello che ci turba è il razzismo che sta dilagando nel paese. Per motivi personali e di lavoro abbiamo avuto modo di conoscere molti italiani, e per onestà dobbiamo dire che spesso li abbiamo trovati migliori di molti stranieri. Ci piace tanto l’Italia che ha una grande cultura, storia e posti stupendi.
Prima di esprimere quello che pensiamo vogliamo raccontarvi una esperienza: da parecchi giorni un cittadino senegalese sta cercando un modo per far conoscere un’associazione che aiuta un villaggio del suo paese, ma ha avuto “paura” a parlarne dopo aver letto tutte quelle rispostacce e insulti scritti da razzisti.
Il motivo? Non siamo riusciti a darcene una spiegazione valida, ma ci viene da pensare che la società sandricense, e in particolare quelle persone che si credono migliori perché possiedono molte cose, debba ancora crescere e maturare una certa intelligenza e sensibilità. Gli stranieri possono forse fare paura perché “vengono a casa vostra”, forse avete timore di vedergli portare via le vostre cose e i vostri diritti, preferite chiudere gli occhi davanti alla sofferenza delle persone, che sono costrette ad abbandonare tutto per venire qui a cercare un modo di sopravvivere. Quello che ci fa male è che qualche volta ci sentiamo “aggrediti” da qualche persona perché siamo stranieri. La crisi economica che ha colpito tutto il mondo, riguarda tutti e tutti dobbiamo darci da fare per superarla.
Anche noi lavoriamo, paghiamo tutte le tasse come gli italiani (Irpef, Ici, aliquote regionali, comunali e provinciali, tassa sui rifiuti, passi carrabili, marche da bollo, ecc.), compriamo o affittiamo le case dove abitiamo, siamo iscritti all’anagrafe e dobbiamo rendere conto di quanti sacchetti di rifiuti svuotiamo. Detto tutto questo, la folla di immigrati di cui parla la lettera, si può trovare solo nella zona industriale di Sandrigo, dove facciamo dei lavori che non vuole fare nessun italiano (e questo vale anche per le badanti). Tutto questo per poter affrontare le spese necessarie per vivere, mantenere la famiglia, mandare a scuola i figli. A proposito dei cellulari di ultima generazione pensiamo di poterli comprare e anche di poter andare al bar a bere un caffè, andare a fare una passeggiata con i nostri figli; questo perché crediamo di avere il diritto di spendere i soldi che guadagniamo onestamente, come vogliamo noi.
Giustamente ricordate che anche il vostro è stato un popolo di emigranti, sarebbe bene ricordare ai razzisti di oggi che molte volte ci sono stranieri che vengono in Italia per studiare, lavorare e poi ritornare al loro paese per cercare di risollevare un popolo più sfortunato. Per esempio: c’era una ragazza (ormai signora) che ha studiato in Italia, è tornata in Africa ed ha allestito un ospedale per la sua gente, ha fatto aprire una scuola, ha sacrificato la sua vita privata per il bene del suo popolo… come si fa a parlare male di persone così?
Essere stranieri non vuol dire essere inferiori agli altri, ci sentiamo forti dentro perché stiamo lottando per guadagnare anche noi la nostra dignità.
Quasi tutti noi che firmiamo questa lettera, viviamo a Sandrigo da almeno 13-15 anni e alcuni di noi sono diventati cittadini italiani. Da circa due anni stiamo osservando un aumento del razzismo (frutto anche di lettere come quella che avete pubblicato) che troviamo molto brutto e pericoloso; Sandrigo non era così quando siamo arrivati circa 13 anni fa. Ovviamente non vogliamo dire che tutti i sandricensi sono razzisti, ma che il clima generale è peggiorato.
Ci piacerebbe incontrare gli amministratori per farci conoscere e pensare insieme come costruire un clima migliore, che favorisca lo scambio reciproco e ci aiuti a costruire un futuro sereno senza razzismo e a vivere in pace rispettandoci l’un l’altro.
Ringraziamo dell’attenzione e salutiamo cordialmente.
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