Lavoro Keita Camara

A proposito di lavoro che non c’è o non si trova, presento qui l’intervista fatta a Camara Mohamed e Kandé Keita, due richiedenti asilo che raccontano la loro esperienza in proposito a Sandrigo.

Dopo che il caso Tbc è stato chiarito e l’allarme sul rischio contagio è rientrato, proviamo a capire come funziona l’integrazione sociale nei due centri di prima accoglienza degli ex hotel Ginia e Canova.

Gli stessi, ospitano i richiedenti asilo per il tempo necessario a fornir loro le basi della lingua italiana e le nozioni indispensabili per potersi autogestire. Per questo, all’interno dei corsi di italiano, ci sono dei moduli specifici di orientamento all’integrazione sociale nel territorio, finalizzati ad acquisire le competenze linguistiche utili all’ingresso nel mercato del lavoro. Molti ragazzi hanno frequentato corsi di specializzazione e tirocini finalizzati all’assunzione, altri hanno trovato lavoro. Ovviamente i richiedenti asilo hanno tutti un permesso di soggiorno. Due di loro, che si trovano al Canova e lavorano, hanno accettato di raccontarsi.

Camara Mohamed, Guinea Conakry, 19 anni: «Sono in Italia da 9 mesi. Ho imparato l’italiano pian piano andando a scuola, a forza di parlare con gli altri ragazzi e con gli operatori del Canova che sono bravi. È da tanto che cerco lavoro, ma non è facile trovarlo. È difficile trovarlo andando nelle agenzie: sono stato a Schio, Thiene, Vicenza ma niente. Per trovare lavoro non puoi stare seduto a casa, devi impegnarti con il telefono sui siti internet di ricerca. Tu puoi fare 100, 200 domande ogni giorno: il telefono non è solo per Facebook e Watsapp. Il mio amico lavorava in una ditta e lì avevano bisogno di una persona, così lui mi ha chiesto se volevo lavorare con lui, ho accettato e sono lì da due settimane».

Kandé Keita, 34 anni: «Vengo dal Senegal Casamance sono in Italia da 3 anni. Ho trovato lavoro con internet, ho mandato curriculum e documenti e sono stato assunto per tre mesi, mi fanno un altro rinnovo e, se va tutto bene, un contratto indeterminato. Ho aiutato anche altri a trovare lavoro lì, perché il datore di lavoro è contento di me. Facciamo i turni dalle 5 alle 13 e dalle 14 alle 22 in una ditta che recupera materiale riciclato».

In questi casi i ragazzi perdono il diritto al pocket money, la cooperativa riceve una cifra inferiore e, quando lo stipendio supera il limite stabilito dalla legge, escono dall’accoglienza per vivere in appartamento pagando di persona tutte le spese.

Un altro progetto, in collaborazione con L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni OIM, prevede il rimpatrio assistito di chi decide di tornare definitivamente in patria. Oim e cooperativa mettono a disposizione l’importo necessario per avviare una nuova attività, gestendo direttamente i fondi per evitare truffe ai danni del beneficiario.

Articolo pubblicato nel settimanale Schio & Thiene Week del 22.09.2018

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