Bruna Cari, sinti Via Galvani Sandrigo

In Via Galvani vivono da più di trent’anni alcune famiglie di Sinti italiani. Dopo che, in marzo, si era sviluppato un rogo lì vicino, erano divampate molte polemiche, anche a causa di numerosi rifiuti rinvenuti nell’area. Abbiamo provato ad approfondire.

Lo scorso marzo c’è stato un incendio nel campo Sinti in via Galvani. In seguito all’intervento dei Vigili del fuoco, è emersa la presenza di un consistente quantitativo di rifiuti indifferenziati.

L’Arpav ha comunicato che è urgente raccogliere e smaltire i rifiuti presenti e bonificare l’area ripristinando lo stato naturale dei luoghi. L’amministrazione ha incaricato Soraris di effettuare l’analisi, bonifica, raccolta e smaltimento dei rifiuti suddetti. L’operazione però si rivela complessa in quanto, data la ristrettezza degli spazi, è veramente difficile accedere all’area: i Vigili del fuoco, infatti, hanno faticato non poco per riuscire a entrare e spegnere l’incendio.

Abbiamo chiesto ai diretti interessati di raccontarci la loro versione dei fatti ricostruendo per sommi capi la storia del campo: una questione che si trascina da più di trent’anni, senza che nessuna Amministrazione sia riuscita a trovare una degna soluzione abitativa a questi cittadini italiani.

Tutto è cominciato con una coppia Sinti-Rom, Bruna Cari e Giuseppe Hudorovic. Hanno vissuto per un periodo di tempo a Lupia, per poi trasferirsi in via Galvani. L’amministrazione del tempo ha fornito loro una casetta in legno utilizzata durante il terremoto del 1976 in Friuli. Lo spazio in cui vivono non è realmente un campo, ma una strada sterrata che, partendo dalla casetta in legno, forma una semicurva lungo l’argine dell’Astico, congiungendosi poi con Via Galvani; quando piove la strada diventa un acquitrino. Vicino al campo ci sono una centrale termoelettrica, una discarica dismessa, l’ecocentro e una cava di ghiaia.

Quando la famiglia è cresciuta, i Sinti hanno iniziato a posizionare roulottes e camper a fianco e dietro la casetta. Acqua, fognature e gas c’erano solo nel prefabbricato. Nel novembre 2006 l’amministrazione ha emanato un regolamento che prendeva atto delle presenze, impedendo nuove iscrizioni anagrafiche e, a inizio 2007, un’ordinanza di sgombero per chiunque non fosse residente in via Galvani. Attualmente i Sinti sono seguiti da un gruppo di volontari che fa capo alla parrocchia; essi organizzano il doposcuola per i bambini in un container posizionato a qualche centinaio di metri dal campo. Le famiglie, inoltre, sono state dotate di un container che funge da servizio igienico. Alcuni dei Sinti, pur essendo nati qui o vivendoci da anni, non sono ancora riusciti a ottenere la residenza.

Via Galvani, Bruna Cari casetta

La capostipite Bruna Cari, ha avuto una vita difficile, costellata di lutti. È una donna forte, che si è dedicata completamente alla famiglia e all’accudimento dei 10 figli e dei numerosi nipoti. Bruna ci tiene a precisare che l’incendio non l’hanno appiccato loro. «Abitavo a Trieste, mi sono innamorata di Giuseppe a 13 anni, lui era di Treviso, era più grande di me. I miei genitori dicevano che ero troppo giovane per sposarmi, e io ho pensato: “Scappo via”. Così ho avvisato la mamma e sono scappata con lui. Ho vissuto prima a Lupia, poi qui a Sandrigo. Prima eravamo vicino all’argine, poi ci hanno dato questa casetta. Ricevevamo un sussidio e l’assistente sociale di allora ci ha consigliato di mettere da parte un po’ di quei soldi per pagarla: così abbiamo fatto a metà con il comune. Mio marito è morto circa 15 anni fa. Ha sempre lavorato come muratore e in una ditta dove spennavano i polli. Finché non si è ammalato di tumore, ha fatto di tutto per seguire la famiglia. Al sindaco vorrei chiedere un posto migliore per i miei figli, casa popolare o altro spazio; per me non importa, io posso anche stare qui con tutti i miei ricordi, ma per i miei figli vorrei qualcosa di meglio».

Rielaborazione dell’articolo pubblicato nel settimanale Schio&ThieneWeek il 16.06.2018

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