Una storia qualunque

Una storia qualunque fra esodati, ricatti, lavoro precario e la necessità di fare un’intervista senza far sapere nulla dell’intervistato.

Ci siamo fermati in mezzo a un campo, dopo aver percorso un viottolo erboso. Esce dal viottolo e si addentra nel campo, l’erba mi arriva ai fianchi ed è anche bagnata. Continua a guardarsi attorno, sospettoso. E inizia a raccontare. L’inizio della crisi nel 2007 con le banche che scommettevano sul fallimento delle persone, i primi tagli. Il discorso si dipana fra esodati, cooperative, prestatori di servizi, pensionati che rubano il lavoro ai disoccupati, ristrutturazioni e intanto lui non smette di guardarsi intorno, timoroso che qualcuno ci veda insieme.
Ha accettato di raccontarsi solo a questa condizione: vedersi in un luogo appartato, non dire nulla di lui, dell’azienda per cui lavora, non dire neppure dove vive e dove ci siamo incontrati. Penso alle 5 W del giornalismo anglosassone (Who «Chi», What «Cosa», When «Quando», Where «Dove», Why «Perché») e mi sembra di sentirlo, il direttore: “Senza poter fare nomi, visto che lui vuole essere anonimo, si fa fatica a non essere accusati di invenzione: o ci sono dei riferimenti o è dura”. È dura per lui, soprattutto. Ora mi racconta la ristrutturazione. Sapevano solo che c’era una gara d’appalto in corso. Sono stati chiamati e, uno ad uno, invitati in una stanza a parte “per motivi di privacy, perché loro devono seguire la legge”; nella stanza c’erano il consulente del lavoro, il presidente dell’azienda, l’avvocato e la busta paga da un lato, il lavoratore dall’altro.  Molti si sono sentiti dire: “Questa busta paga non ce la possiamo permettere” e poi la proposta di buonuscita. L’amico dell’anonimo narratore ha accettato 20.000 euro e la mobilità (gli mancavano due anni alla pensione). Solo che è intervenuta la legge Fornero e lui è diventato un esodato. I 20.000 euro sono finiti e anche la mobilità e ora non riesce neppure a sapere se e quando potrà andare in pensione, a causa di calcoli complicati legati alle modifiche legislative sulla contribuzione del lavoro notturno; sa solo di essere un esodato. Il nostro narratore invece ha voluto continuare a lavorare, ma fra poco il suo contratto finirà e comunque il suo lavoro è sempre legato all’appalto: se la ditta perde la prossima gara, ci sarà una nuova riunione con i boss in una stanza, uno a uno e non sa cosa gli diranno la prossima volta. E ha il mutuo, i figli, la casa…
Dall’altra parte della storia ci sono i pensionati a 1700 euro al mese che lavorano per cooperative o società di servizi; costoro vengono assunti per qualche mese come prestatori d’opera, hanno un contratto che è allo stesso livello di quello degli altri lavoratori, solo che l’azienda usufruisce di agevolazioni fiscali, pagando meno contributi. E con questi mesi di guadagno extra i pensionati si pagano vacanze esotiche in paradisi lontani. Il prezzo di tutti questi eventi è la divisione fra lavoratori, che sono uno contro l’altro, sospettosi verso i colleghi. “Il sistema imprenditoriale è troppo potente e le aziende usano lo stato come ammortizzatore sociale. Il sindacato non può fare molto per il singolo e comunque anche quel settore è legato alla buona volontà del delegato. Spesso i sindacati sono solo delle spa, industrie per far soldi con le tessere. Ma per fortuna al loro interno ci sono persone che lavorano con passione. Ecco, ho finito, cosa le pare della mia storia? Ora gliel’ho raccontata, lei è una giornalista… chissà cosa ci sarà scritto sul giornale domani… Posso fidarmi vero? Manterrà la promessa di non fare nomi?”.
Penso al direttore, ai lettori del giornale. “Ma cos’ha di speciale questa storia? Somiglia a un racconto più che a un articolo. E poi è solo una storia uguale a tante altre, gli esodati ce li propinano a tutte le ore, nei telegiornali e nei dibattiti televisivi è tutto un parlare di esodati”.
Intanto lui si guarda intorno nervosamente: “Sta arrivando qualcuno, meglio che ce ne andiamo, non voglio che ci vedano assieme. Mi sento meglio ora che ho parlato, perché il problema è anche quello, trovare qualcuno con cui parlare di questo. Mica lo posso fare con i colleghi”. Facciamo un pezzo di strada, non so se, quando e come ci rivedremo, non so se il direttore pubblicherà questo pezzo e se i lettori lo giudicheranno un’invenzione. Quello che so è che la paura di quell’uomo, la sua solitudine, il suo isolamento e la sua incertezza per il futuro, io le ho sentite e respirate, non sono uguali a tutte le altre, sono sue e pesano soltanto sulle sue spalle.
Pubblicato su Vicenzapiù n. 234
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.