Profughi a Rogoredo

Qui sotto il resoconto degli avvenimenti legati all’abbandono di 50 profughi a Rogoredo (MI) il giorno 10 giugno.

Un breve report della giornata a Rogoredo di martedì 10 giugno, quando circa cinquanta migranti sono arrivati alla stazione nell’ignoranza e nello sconcerto della prefettura milanese.

Tutto inizia da un passaparola: un compagno, passando da Rogoredo, vede un gruppo di migranti sul marciapiede davanti alla stazione e ci contatta. Noi arriviamo verso l’una.

La situazione che ci si presenta è sconcertante: una cinquantina di persone accasciate al suolo senza scarpe, con vestiti sporchi e stracciati e in visibile stato di malessere generalizzato. Compriamo acqua e cibo, e cominciamo a parlare con loro per capire chi sono e da dove vengono.

Sono tutti uomini, giovani, vengono principalmente dall’Africa Subsahariana, Gambia, Mali, Nigeria, Ghana, Sudan, Senegal e uno dal Bangladesh. Sono arrivati il 9 giugno a Taranto, con uno dei mille sbarchi, tra questi c’erano anche una decina di ragazzi che venivano da una delle barche naufragate, dove avevano visto morire donne, bambini e parenti.

Da Taranto sono stati caricati su un pullman, e spediti a Milano con la promessa che sarebbero stati accolti in un centro per rifugiati. Giunti a Milano, dopo quindi un’altra notte senza dormire in un letto né potersi lavare, vengono scaricati davanti alla stazione e alla loro richiesta su dove fosse il centro – la risposta dell’autista è stata secca: qui non c’è nessun centro.

Molti di loro erano senza documenti, rubati nei centri libici, con i vestiti strappati dalla traversata in mare, e con un numero identificativo con cui l’equipaggio delle navi della Marina Militare Italiana li aveva “marchiati”.

Alle 14 si palesano i vigili urbani, che ci chiedono se siamo funzionari dell’UNHCR: dopo una risata, rispondiamo di no e chiediamo quale comunicazione hanno avuto dal Comune di Milano. La loro risposta, tanto spontanea quanto sconcertante, è stata che il Comune ha contattato associazioni di volontariato che si prenderanno cura di loro… Ancora una volta, la delega alle associazioni di volontariato.

Passano altre due ore e la situazione comincia a popolarsi di polizia, Polfer, questura e Digos: non mediatori culturali, interpreti, medici, sempre e solo polizia.

Viene data comunicazione che i migranti verranno portati in questura e identificati. Alla nostra obiezione riguardo al fatto che, in quel momento, quelle persone avevano bisogno di assistenza base – acqua, cibo, una doccia, un letto, essere visti da un medico – e solo dopo avrebbero dovuto fare le pratiche di identificazione, un funzionario della questura risponde che questa è la prassi.

Alla richiesta di una nostra compagna di poterli seguire in qualità di medico, è stato risposto che in questura i medici sarebbero stati presenti, e che il suo accompagnamento sarebbe stato superfluo.

Alla richiesta di sapere dove sarebbero stati portati la risposta è stata “Non lo sappiamo”.

 Abbiamo fatto partire un comunicato che lanciava il presidio davanti a Palazzo Marino, in cerca di risposte. Lì abbiamo provato ad entrare, abbiamo chiesto di incontrare qualcuno in grado di spiegarci come avevano intenzione di gestire la situazione, una volta completate le pratiche di identificazione. Unici interlocutori, i funzionari della Digos. Lunghi e interminabili discorsi con un gioco di rimbalzi che si conclude con “Noi non se sappiamo niente, se ne sta occupando la Prefettura”.

 Seconda tappa, quindi, la Prefettura. Le stesse domande: dove sono queste persone, come stanno, dove verranno portate. Ci dicono che è in corso una riunione, e che si sta decidendo come affrontare la “emergenza”. Allora insistiamo perché qualcuno di noi possa assistere alla riunione, ma a quel punto la riunione è magicamente finita.

Ci dicono che i migranti sono ancora tutti in Questura e che, completate le procedure, verranno affidati alle caritatevoli mani della Croce Rossa Italiana. A quel punto, appare ancora più urgente sapere dove verranno portate queste persone – conoscendo le pratiche, molto poco umanitarie, della Croce Rossa Italiana.

Ci dirigiamo quindi verso la Questura, dove chiediamo che due medici possano entrare per vedere che le persone stiano bene, e chiediamo di sapere dove verranno portati. Ovviamente, la prima risposta è no – il che ci porta a ricordare alla Digos che se non saremmo entrati noi, avremmo aspettato loro fuori. Non essendo nessuno in stato di fermo, avevano tutto il diritto di uscire fuori in attesa del loro turno per l’identificazione.

Dopo diversi rifiuti, numerose telefonate da parte della Digos ai loro superiori, questi ci consentono di entrare: due medici e la compagna che per prima era arrivata a Rogoredo.

 Sono le 23 passate, entriamo e li troviamo sempre nelle stesse condizioni della stazione, ossia sdraiati per terra, senza scarpe, con gli stessi vestiti strappati e sempre più stanchi. Avevano in mano un foglio di comparizione per iniziare le pratiche di richiesta di asilo per fine settembre 2014. Uno dei ragazzi stava visibilmente male, febbre alta e tosse da tre giorni, gli chiediamo se è stato visitato da un medico: la sua risposta, come quella di tutti gli altri presenti, è stata “no”.

 Chiediamo spiegazioni all’agente della Digos che ci seguiva ormai da quattro ore, e ci assicura che sono stati tutti visitati dal medico e che si trovano tutti in buona salute. Una nostra compagna chiede di incontrare di incontrare il medico per parlare del ragazzo malato, ma ovviamente il medico non c’è più. Pretendiamo quindi che arrivi un’ambulanza. Prima alcuni ci dicono che la stavano chiamando, poi altri ci dicono che avrebbe provveduto la Croce Rossa. Al nostro rifiuto, come medici, di lasciare il ragazzo se non a del personale sanitario, finalmente chiamano l’ambulanza.

La giornata si conclude verso mezzanotte con gli indirizzi dei posti in cui sarebbero stati portati i migranti.

Via Monluè 65 (22)

Via Monluè 67 (7)

Hotel Brivio, via Brivio (2)

Associazione Arca, via Stella, Rivolta d’Adda (10)

e 9 scappati a Rogoredo.

Il resoconto è a cura dell’ambulatorio Medico Popolare.

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