Vivian Maier, autoritratto

Finché sono stata a Madrid, ho letto diversi libri in spagnolo ed ho così scoperto la straordinaria storia di Vivian Maier, grazie allo splendido libro di Berta Vias Mahou “Una vida prestada”. Ho così deciso di condividerlo con voi.

 

Oggi voglio recensire lo splendido libro di un’autrice spagnola: Berta Vias Mahou, che racconta la storia della fotografa Vivian Maier (1926-2009), la quale, per mantenersi, fece la bambinaia per tutta la vita. La sua passione, in realtà, era la fotografia e lei passava tutto il tempo libero facendo fotografie. Solo i bambini che lei accudiva, però, erano a conoscenza di questo.

Vivian Maier morì in totale povertà, quasi come una vagabonda: solo allora fu scoperta la sua opera (più di 150.000 negativi!) e lei divenne famosa.

Vivian era figlia di una austriaco e di una francese e visse i suoi primi anni in Francia; in seguito visse negli Stati Uniti, soprattutto a Chicago, dapprima con la famiglia, più tardi, da adulta, da sola.

Per mantenersi faceva la bambinaia e, quando i bambini erano a scuola, passava il tempo per le strade a scattare fotografie.

Nel 2007 John Maloof, figlio di uno straccivendolo, voleva fare una mostra fotografica su Chicago. Per questo acquistò moltissimo materiale ad un’asta. E fu proprio in mezzo a tante cianfrusaglie ed oggetti inutili che John trovò i negativi di Vivian Maier.

Nello stesso tempo lei, che era ormai anziana e non aveva più denaro per mantenersi, era andata a vivere in un minuscolo appartamento pagato dai “suoi” ragazzi, quelli a cui aveva fatto da bambinaia tanti anni prima. Nel 2008 ebbe un incidente e dopo poco tempo morì senza che Maloof, che nel frattempo la stava cercando, facesse in tempo ad incontrarla.

Qui il sito internet dove potrete ammirare alcune delle sue opere.

Qui sotto posto la traduzione dell’incipit del libro “Una vida prestada”, scritto da Berta Vias Mahou, che ho trovato meraviglioso e spero trovi un traduttore per l’Italia.

Vivian Maier, copertina "Una vida prestada"

Il mio cuore è una macchina fotografica

Sono. Sei. Chi sei stata? Una spia senza stipendio. Un’artista senza pubblico. Una donna senza figli. Sempre nascosta dietro te stessa. Non ti piaceva guardarti. Non ti è mai piaciuto. Sempre guardando dentro o più in là della tua ombra, però, nonostante tutto, ti osservavi. Non molto, perché immediatamente premevi il bottone, si apriva l’otturatore, e clic, lì rimaneva per sempre la tua figura, nello specchio dell’acqua, nelle onde di una cornucopia o nella superficie piana e liscia di una sfera di metallo, moltiplicata all’infinito.

Dappertutto e in nessun posto, perché stavi lì senza esserci, perché eri senza stare, come se non avessi vita, e il tuo nome non importava. Una necessità immensa di anonimato, di non apparire, di non legarti a nulla e a nessuno, ti ha portato sempre a cambiare il nome.  A inventare identità. A nasconderti. Chi eri? Chi sei stata? Poco meno di un’ombra avvolta da altre ombre. Una bambinaia che non poteva continuare a esserlo perché invecchiò. Una bambinaia alla quale si corrugava la fronte, alla quale si incurvavano le spalle, alla quale spuntavano borse sotto gli occhi. Che camminava ogni giorno più lentamente. Attaccata alla sua altezza, con le ali del sombrero ogni volta più cascanti, un’ombra sotto altre ombre. Una bambinaia che usciva a passeggiare per la strada un giorno dopo l’altro con la macchina fotografica appesa al collo, fra grattacieli, grida di gabbiani e sirene, in cerca…

Della sporcizia, del dolore, dell’allegria, del chiasso, del silenzio e della luce, soprattutto della luce, giocando ad essere ombra.

Come te. Nei marciapiedi, nelle pozzanghere, nei bidoni dei rifiuti, nella vita degli altri, anonimi quasi sempre, come te. E la bellezza. Quella bellezza rara che nessuno sembra vedere. E l’orrore che ci impegniamo a ignorare, perfino quando è nostro.

Sempre all’aperto, con il migliore dei travestimenti, un travestimento che non era un travestimento, ma il tuo vestito di tutti i giorni. Un abbigliamento normale e comune che non richiamava l’attenzione e ti faceva invisibile e, allo stesso tempo, strano, differente rispetto a quello della maggioranza. Solo così ti decidevi a uscire in strada per vagare ore e ore in quelle città enormi dove hai vissuto quasi tutta la tua vita: New York e Chicago, quando anche loro erano giovani, in un paese che stava nascendo, quando qualsiasi persona arrivata dall’Europa aveva più storia di quel continente. E lì, nella strada, sempre attenta a quello che ti succedeva intorno, a volte sorridevi o ti mettevi a ridere. Quando un bambino, da dietro i suoi occhiali e sotto un berretto di pelo di castoro con la coda lunga che gli accarezzava la nuca, ti guardava rabbioso. O se un povero vecchio lunatico passeggiava con i pantaloni all’inglese, la giacca, i calzini ben stirati e il cappello.

O quando una donna di una certa età osava fissarti con uno sguardo ruvido, dall’alto della stola di pelle che portava sopra spalle rimpicciolite, tanto fragili, come dopo una vita lunga e triste, come se ogni osso fosse di carta. Anche allora sorridevi o ti mettevi a ridere. E scattavi. Per ritratte tutte quelle persone che quando moriranno sembrerà che abbiano vissuto miseramente.

Come te. A tutte quelle persone tu desideravi dar vita. Un pezzetto di vita in un cartoncino.

O in un frammento di pellicola. In un negativo.

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